CRONACA: IL DUNQUESNE SPY RING. (14 gennaio 2021)

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Un Saluto a tutti, Cari Lettori! Torna finalmente sul blog, e oserei dire in grande stile, la rubrica CRONACA, da molti di voi amata proprio per gli argomenti trattati. Di solito nella maggiorparte dei casi tendo a inserire in questa rubrica i fatti relativi alla Seconda Guerra Mondiale, soprattutto se non si riferiscono strettamente a scontri armati o simili. In tal caso andrò ad approfondire una questione molto interessante e al tempo stesso delicata avvenuta nel corso di quegli anni. Protagonista ancora una volta la Germania Nazista e gli USA. Il caso Dunquesne Spy Ring è infatti registrato tutt’oggi negli archivi dell’FBI ed è stato comunemente riconosciuto come il “piú grande caso di spionaggio degli USA”. A renderlo particolarmente celebre, oltre al fatto di per sè, è il termine dello stesso: saranno infatti condannati tutti i 33 gli imputati parte dello spionaggio a 300 anni di carcere. Poco dopo la dichiarazione degli USA del proprio ingresso nel conflitto di guerra, la Germania di Hitler entra subito in uno stato di profonda allerta, avvisando e preparando un’estesa rete di spie e sabotatori già attiva sul territorio americano. Tra i vari gruppi il più potente era capitanato da Fritz Joubert Duquesne. Egli, di origini sudafricane, si era precedentemente distinto come spia nel corso della Seconda guerra boera. Il suo gruppo di spionaggio contava ben 32 agenti nazisti, i quali lavoravano in settori chiave della società statunitense, tra cui ristoranti e luoghi di frequentazione delle alte cariche americane, sulle linee aeree, agenti commerciali per lo scambio di messaggi in codice e altro. Il loro diabolico piano, apparentemente perfetto, venne scoperto grazie a William Sebold, una spia che per due anni resse egregiamente il doppio gioco: egli infatti era un informatore per i Nazisti sotto la copertura del commissariato di New York. Il suo impiego era infatti quello di impiegato presso una stazione radio, ma in contemporanea forniva informazioni via radio sia agli uni che agli altri, svelando così alla giustizia i segreti della rete di Dunquesne. Grazie a Sebold si scoprì dell’esistenza di un potente ordigno nascosto negli stabilimenti della DuPont (a Wilmington, nello stato del Delaware), azienda chimica tutt’oggi molto importante. La missione era davvero molto seria e pericolosa, a tal proposito tutti i membri del sabotaggio erano dotati di maschere antigas. Grazie alla preziosa informazione di Sebold ci fu una tempestiva risposta da parte degli agenti della Federal Bureau of Investigation. Diciannove di loro riconobbero subito la loro colpevolezza, gli altri quattordici vennero sottoposti a numerosi interrogatori al fine di affermare lo stesso. La sentenza finale della Corte Federale Distrettuale di Brooklyn fu di ben tre secoli di carcere. La condanna finale portò alla quasi totale fine del boicottaggio nazista, con le conseguenti sorti finali del conflitto. Con queste parole concludo vi ricordo  di iscrivervi sul blog (www.storytellereyeword.com) e su Instagram (storytellerseyeword) perché raggiunti in contemporanea su entrambe le piattaforme i 500 followers, organizzerò alcuni speciali sul blog piú delle iniziative Instagram e avremo modo insieme di scoprire curiosità tra le piú diverse. Come sempre rispondo ad ogni like e segui. Inoltre sarei felice di ricevere una stellina e un commento e infine di votare per Storyteller’s Eye Word su Net-Parade! Basta cliccare nella barra blu sotto l’articolo nei banner blu in home e confermare. E’ possibile votare un numero illimitato di volte, basterà attendere 60 minuti tra un voto e quello successivo. Un abbraccio a tutti!

Greetings to all, Dear Readers! Finally go back to the blog, and I dare say in style, the COLUMN NEWS, by many of you loved precisely for the topics covered. Usually in most cases I tend to include in this column the facts related to the Second World War, especially if they do not refer strictly to armed clashes or the like. In that case, I shall go into a very interesting and at the same time delicate issue that took place during those years. Nazi Germany and the UNITED States once again star. The Sosne Spy Ring case is in fact recorded in the FBI archives to date and has been commonly recognized as the “largest espionage case in the United States”. To make it particularly famous, in addition to the fact in itself, is the end of the same: in fact, all 33 defendants will be sentenced part of the espionage to 300 years in prison. Shortly after the US declared its entry into the war, Hitler’s Germany immediately entered a state of deep alert, alerting and preparing an extensive network of spies and saboteurs already active on American territory. Among the various groups the most powerful was led by Fritz Joubert Duquesne. He, of South African descent, had previously distinguished himself as a spy during the Second Boer War. His espionage group had 32 Nazi agents, who worked in key sectors of U.S. society, including restaurants and places of attendance at High American offices, on airlines, commercial agents for the exchange of coded messages, and more. Their diabolical, seemingly perfect plan was discovered thanks to William Sebold, a spy who for two years was a double-edged sword: he was an informant for the Nazis under the cover of the New York police station. Its use was in fact that of employee at a radio station, but at the same time it provided information by radio to both, thus revealing to justice the secrets of the Sosne network. Sebold discovered the existence of a powerful device hidden in dupont’s factories (in Wilmington, Delaware), a chemical company that is still very important today. The mission was really very serious and dangerous, in this regard all the members of the sabotage were equipped with gas masks. Thanks to Sebold’s valuable information, there was a timely response from agents of the Federal Bureau of Investigation. Nineteen of them immediately acknowledged their guilt, the other fourteen were subjected to numerous interrogations in order to assert the same. The final sentence in Federal District Court in Brooklyn was three centuries in prison. The final condemnation led to the almost total end of the Nazi boycott, with the consequent final fate of the conflict. With these words I conclude I remind you to subscribe to the blog (www.storytellereyeword.com) and instagram (storytellerseyeword) because reached simultaneously on both platforms the 500 followers, I will organize some specials on the blog more than Instagram initiatives and we will have the opportunity together to discover curiosities among the most diverse. As always I respond to every like and follow. Also I would be happy to receive a starlet and a comment and finally vote for Storyteller’s Eye Word on Net-Parade! Just click in the blue bar below the article in the blue banners on home and confirm. It is possible to vote an unlimited number of times, just wait 60 minutes between votes. A hug to everyone!

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CRONACA: SPECIALE GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE, SECONDA PARTE. (26 novembre 2020)

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Un saluto a tutti, Cari Lettori! Questo è il secondo appuntamento dello speciale dedicato alla Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne, in seguito appunto al primo, pubblicato ieri sul blog. Vi invito alla lettura, qualora non lo aveste ancora fatto, cliccando su questo link. Oggi ci dedicheremo ad un altro aspetto fondamentale di questo tema, la parte più didascalica e argomentativa se vogliamo, ovvero la storia che ha spinto alla nascita di questa giornata, ormai ricordata a livello mondiale da oltre vent’anni. Origine di tutto ciò che si cela dietro a questa celebrazione un fatto ormai accaduto molti anni fa, era l’anno 1960. Il 25 novembre tre giovani ragazze, sorelle, Patria, Minerva e María Teresa Mirabal,  vengono

uccise dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo, a Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana. Le donne erano dirette al carcere locale, per far visita ai mariti detenuti. Fu allora che gli agenti le bloccano per strada e riconoscendole iniziano a picchiarle e a bastonarle con brutalità, fino alla morte. Infine gettano in un burrone i corpi, simulando un’incidente qualunque. Ben presto l’opinione pubblica inizia a farsi sentire smentendo l’ipotesi dell’incidente: erano infatti conosciute come attiviste del gruppo clandestino ” Movimento 14 giugno”. Le loro attività le portano mesi prima ad essere arrestate e incarcerate. Pubblicamente erano conosciute come Las Mariposas (le farfalle), proprio per la loro fervida opposizione alla dittatura, in difesa dei diritti femminili. Le importanti azioni compiute dalle Mirabal verranno ricordate molti anni più tardi, nel 1995, dalla scrittrice dominicana Julia Alvarez nel suo libro «Il tempo delle farfalle», libro dal quale è stato tratto il film “In the Time of the Butterflies”, dove troviamo protagonista la celebre Salma Hayek nel ruolo di Minerva. Anche la storia dell’istituzione della giornata ha origini recondite nel tempo. Il 25 novembre del 1981 venne celebrato il primo “Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche”. Da allora questa data diventa simbolo del movimento e della rinascita della donna, da coltivare anno dopo anno con la stessa intensità. L’Onu dichiarerà ufficialmente la giornata nel 1999, in seguito al riconoscimento della violenza sulle donne come fenomeno sociale da combattere, avvenuto nel 1993 nella Dichiarazione di Vienna. Il simbolo della lotta contro a violenza sulle donne, ovvero le scarpe rosse, arriva molto più tardi, nel 2009, grazie all’idea dell’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos, ovvero l’istallazione di numerose scarpe da donna rosse di tipologia differente, davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, in ricordo delle centinaia di donne uccise, rapite e stuprate a a Ciudad Juarez. Con queste parole concludo, vi ricordo di lasciare una stellina e un commento se avete apprezzato l’articolo e un voto per Storyteller’s Eye Word su Net-Parade! Basta cliccare sulla barra blu sotto questo articolo o nei banner blu in home e confermare. Potete votare un numero illimitato di volte, basterà attendere 60 minuti tra un voto e l’altro. Un forte abbraccio.

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EMPATIA: LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO. (12 novembre 2020)

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Un saluto a tutti, Cari Lettori! L’argomento di oggi è per me molto significativo, in quanto l’evento stesso è simbolo di un cambiamento e soprattutto di un miglioramento forte per quanto riguarda la storia e l’evoluzione di buona parte dell’Europa. Mi riferisco alla caduta del muro di Berlino, fatto di cui appena tre giorni fa si è festeggiato l’anniversario, un vero e proprio successo visto il tempo ormai trascorso da quel giorno, di rivalsa e di solidarietà internazionale. Da allora aleggia tra la gente un nuovo senso di consapevolezza, nonché di presa di coscienza, che ci ha permesso di superare ostacoli creati da noi stessi, per quanto riguarda la guerra, almeno nei paesi occidentali più civilizzati. Il festeggiamento è stato ancor più rafforzato dalla recente elezione di Joe Biden negli Stati Uniti, un momento di giubilo importate visto l’ormai superato governo Trump, che estese la barriera tra gli Stati Uniti e il Messico e portò chiusure serrate a discapito del flusso immigratorio.

E’ il 9 novembre del 1989: un annuncio improvviso stabilisce la possibilità di libera circolazione tra Berlino Ovest ed Est. A quanto pare la notizia arriva da alcuni giornalisti, che poco prima misero sotto pressione un funzionario della Germania Orientale, fino al momento in cui venne costretto a dichiarare il famoso annuncio contro le sue volontà. Il clima del popolo berlinese quel giorno, almeno da ciò che riportano le fonti dell’epoca, era festoso, la gente scese per strada, scagliandosi con prepotenza contro la causa del loro malessere negli ultimi decenni. Ufficialmente la riunificazione della Germania però, avvenne quasi un anno dopo, il 3 ottobre del 1990. L’abbattimento del muro assunse presto una portata mondiale. Oggi del muro di Berlino restano poche parti, ormai coperte di splendidi graffiti, diventando un vero e proprio monumento simbolo di libertà, fratellanza, rispetto e unione, noto che la East Side Gallery. Il Parlamento Italiano dal 2005 celebra mediante una legge il 9 novembre come il “giorno delle libertà” per commemorare la memoria. Con queste parole concludo, vi ricordo di lasciare un stella se l’articolo vi è piaciuto, un commento se lo desiderate e di votare Storyteller’s Eye Word su Net- Parade. Basta cliccare sulla banda blu sotto questo articolo o nei banner blu in home e successivamente confermare. Vi ricordo che potete votare per un numero illimitato di volte, lasciando passare 60 minuti da un voto all’altro. Un forte abbraccio.

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VIAGGI: LA STORIA DI HALLOWEEN (23 ottobre 2020)

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Un saluto a tutti, cari Lettori! Con questo articolo introduciamo finalmente l’evento di Halloween nel magico mondo di Storyteller’s Eye Word. Essendo il primo anno che celebro Halloween mediante la piattaforma di WordPress, descrivo brevemente le modalità con cui questo evento verrà reso pubblico sul blog. L’evento in questione si riassume solitamente in cinque, massimo sei, puntate con cadenza regolare. Questo è il primo post, a cui seguirà un secondo domani, un terzo venerdì prossimo e un quarto sabato prossimo. Ogni anno seleziono una tematica da affrontare che possa rispecchiare la filosofia di fondo. Quest’anno in particolare, con mia immensa gioia visto che amo l’argomento, si parlerà di fenomeni paranormali e leggende legate a castelli, ville e altri locali abbandonati. Prima di trattare l’argomento però, visto che si tratta della prima volta sulla piattaforma di WordPress, desidero compiere un piccolo excursus introduttivo in merito alle origini della festa di Halloween e altre curiosità. Senza indugiare oltre, iniziamo il racconto di oggi.

La festa di Halloween, con aspetti che vagamente ricordano la nostra festività, arriva nel corso dell’800, con leggende e curiosità dai tratti davvero inquietanti. La prima leggenda correlata ad Halloween è quella di Jack-o’-lantern, nient’altro che la storia dell’origine della famosa zucca intagliata. Anche in questo caso si tratta di un’antica leggenda irlandese. Si racconta di un uomo di nome Jack, un fabbro irlandese che osò più volte sfidare il Diavolo. Ciò causò la sua condanna, ormai rifiutato sia dagli Inferi che dal Paradiso, rimanendo costretto a vagare per l’eternità con le sembianze di un fantasma. Si dice che Jack, durante la notte di

Halloween vaghi ancora per le strade alla ricerca di aiuto. Appendendo una zucca illuminata fuori dall’ingresso di casa si indica infatti che ci si rende disponibili ad accoglierlo in casa. Altra curiosità importante è legata all’origine del nome “Halloween”. Nonostante l’origine di questa festività negli ultimi tempi è stata contaminata dal culto cristiano, che celebra al contrario la festa di Ognissanti. La stessa parola “Halloween” ha origine dalle parole “All Hallow’s Eve”, appunto “Vigilia di tutti i santi”.Altro elemento significativo è sicuramente il pipistrello. Durante la festa di Samhain si era soliti accendere grandi falò per attirare gli insetti e di conseguenza i pipistrelli. A partire dal Medioevo si è poi attribuito al pipistrello il concetto di animale nefasto e satanico, legato al culto delle streghe e della magia nera, in modo analogo al significato che si attribuisce ai gatti neri.Con queste curiosità concludo, vi ricordo che domani ci sarà il primo appuntamento con il mondo del paranormale. Vi saluto con un grande abbraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.

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VIAGGI: LA BRECCIA DI PORTA PIA (8 ottobre 2020)

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Un saluto a tutti, cari Lettori! Questo articolo è uno di quelli facenti parte della programmazione di settembre che ci tenevo a recuperare, come ormai sapete mi piace scrivere articoli storici, senza necessariamente la pretesa di svolgere una stesura accademica, ma comunicando in modo semplice e diretto una conoscenza ad un gruppo di cari amici. Storyteller’s Eye Word non è un ambiente di formalità, di dogma e stereotipi, qui siamo tutti uguali e tutti fruiscono in egual misura della bellezza della cultura come fonte di reciproco scambio e perchè no, di divertimento. Detto ciò l’argomento che tratterò in queste righe è la famosa “Breccia di Porta Pia”, probabilmente uno degli avvenimenti più significativi dell’Italia della fine dell’800, giovane e incapace di sapere cosa si celasse nello scorrere del suo tempo. Ma procediamo con ordine. Siamo a Roma, sede della nostra attuale capitale, come d’altro canto a breve sarà riconosciuta, all’alba del 20 settembre del 1870. Una schiera di circa 15.000 soldati pontefici volontari, la cui origine era principalmente francese, belga e olandese, attende con fermento la prossima mossa, messa in atto da altrettanti assedianti, bersaglieri e fanti dell’esercito italiano. L’intento di quest’ultimi è quella di fronteggiare i

soldati pontefici fino alla loro dichiarata sconfitta, per ottenere infine la resa dello Stato pontificio e la successiva adesione al Regno d’Italia. Sono ormai le nove del mattino e il generale piemontese Raffaele Cadorna lancia un primo, fulminio segnale d’accatto, al quale i suoi uomini rispondono con il fragore delle cannonate. In breve il muro che si trova ai lati di Porta Pia crolla, lasciando libero un varco utile per l’assedio dello Stato Pontificio. La difesa non oppone grande resistenza, in qualche modo anch’essi si ritenevano favorevoli all’azione. In breve tempo il piccolo Stato viene completamente assediato dalle truppe di Cadorna. Si stava assistendo alla distruzione fisica di 1000 anni di potere temporale del papato. Un giovane soldato, che pochi anni dopo sarebbe diventato famoso per la stesura del famoso libro “Cuore” delizia la nostra curiosità di quanto vissuto in quel frangente, scrivendo qualche riga su un pezzo di carta, chissà dove recuperato:  «la porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materassi fumanti, di berretti di Zuavi, d’armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti». Ci volle appena una mattinata, per ottenere qualcosa che fino a poche ore prima sembrava un sogno, un’utopia che accecava le menti di anni di storia. I militari erano riusciti a fare qualcosa che nemmeno il grande Garibaldi riuscì a fare appena pochi anni prima, ma questo non per mancanza di abilità o di strategia di quest’ultimo. Vi era infatti un equilibrio diplomatico-politico in cui la Francia, o meglio Napoleone III, offriva protezione allo stesso Regno d’Italia e al dominio papale su Roma. In questo modo Roma restò inespugnabile per lungo tempo. A distruggere questo equilibrio, appena poche settimane prima della Breccia di Porta Pia, fu la Battaglia di Sedan, che vide protagonista la Prussia di Bismarck e appunto la Francia di Napoleone III. La sconfitta di quest’ultima definì lo scioglimento immediato di ogni forma di alleanza e protezione, lasciando lo Stato Pontificio del tutto indifeso. Senza alcun tipo di protezione, Pio IX si rifugia in Vaticano, dichiarandosi prigioniero dello Stato Italiano, fu così che prese atto la famosa “questione romana”. Con queste parole concludo, vi auguro una buona giornata, un abbraccio forte a tutti.

Sempre Vostra, Storyteller.

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VIAGGI: STORIA DI RAMSES II (7 ottobre 2020)

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Un saluto a tutti, cari Lettori! Oggi tratteremo un argomento di cui io stessa sono rimasta particolarmente affascinata e piacevolmente colpita. Se vogliamo essere maggiormente precisi, in questa prima parte di premessa dei prossimi contenuti, si parlerà di un personaggio, che a mio avviso, ha reso grande la storia, con le sue azione e la sua stessa vita. Probabilmente avrete intuito di chi sto parlando, sia dal titolo che lo introduce, sia da quanto è emerso nei svariati post di programmazione degli articoli. Ramses II, famoso per la sua incredibile longevità, di ben 91 anni, (un’età quasi impossibile da raggiungere nella civiltà egizia), fu a capo del regno d’Egitto per circa settant’anni. Durante questo lunghissimo periodo di governo, l’Egitto vide l’avvicendarci di numerosi cambiamenti politici e artistici, particolarmente incisivi per la storia di questo regno. Dai documenti giunti fino a noi, riconosciamo alcuni tratti del suo carattere, ad esempio una spiccata indole bellica, il sapersi destreggiare come un prode combattente sul campo di battaglia. Proprio per questa sua predisposizione,  dedicò molto tempo all’insegnamento dell’arte bellica, avendo cura di migliorare la qualità di combattimento dei soldati del suo esercito. Inoltre teneva molto al benessere della sua famiglia e dei suoi sudditi, a cui dedicava molteplici attenzioni. Nel corso del suo regno fece edificare numerosi monumenti e templi, in parte presenti tutt’ora, a testimonianza della grandezza del suo operato e del suo governo. Gli scritti proposero una dettagliata descrizione del suo aspetto: aveva il classico portamento da guerriero egiziano, di un altezza pari a 185 cm, la sua regalità lo rendeva affascinante agli occhi altrui. Il naso era aquilino, gli occhi quasi a mandorla rendevano evidente la forma del viso, ovale. Le labbra era carnose definivano le forme squadrate della mascella e aveva gli zigomi alti. La sua pelle era molto chiara rispetto alla classica carnagione nord- africana, i capelli erano di un bel rosso fulvo, un colore del tutto inusuale per un uomo dell’antico Egitto. Questa rara peculiarità gli conferiva un’espressione violenta, tale da incutere paura ai suoi sudditi. Il colore rosso inoltre veniva associato all’immagine di Seth, dio del caos, delle tempeste e della violenza. Parte del suo comportamento in età adulta era il risultato dei modi con cui condusse la sua infanzia. Era il figlio del faraone Seti I, che lo scelse come principe ereditario. Quando fu certo della decisione presa, iniziò una rigida disciplina militare e lo portava con sè durante le visite ufficiali e i cantieri regali. Una leggenda narra che quando ancora Ramses era ancora molto piccolo apparve al pubblico con il figlio tra le braccia, urlando le seguenti parole al suo popolo:

“Fatelo apparire come un re, affinché io possa vedere tutta la sua bellezza, mentre sono ancora in vita!…Sarà Ramses II a dirigere il Paese, ad occuparsi dei pubblici affari e a comandare il popolo”. Seti, quando suo figlio crebbe diventando un giovane uomo, costruì per lui un grande palazzo e scelse mogli e concubine per rendere accogliente e generoso l’harem reale. Secondo quanto diffusero gli scritti, allora come oggi, Ramses II era considerato un semidio, motivo per cui il padre diede al figlio tutti questi onori per il prossimo regno. La prima moglie di Ramses fu la famosa Nefertari. Divenne fin da subito la moglie prediletta. Il faraone ci teneva così tanto a questa donna da dedicarle uno dei due templi di Abu Simbel, interamente scolpiti nella roccia viva, allo scopo di rimanere eretti per l’eternità. Probabilmente le ragioni di questa preferenza erano date dalla sua bellezza ed intelligenza. Sapeva leggere e scrivere nel linguaggio dei geroglifici e perciò rivesti un importante ruolo nella vita diplomatica del regno. Inoltre, nel corso del loro matrimonio ebbero numerosi figli.
Quando Ramses morì, dopo appunto settant’anni di potere e ben 91 anni, venne seppellito con tutti gli onori nella Valle dei Re, attraverso il classico metodo della mummificazione del corpo insieme al corredo funebre, che lo avrebbe sostenuto e accompagnato nel cammino dell’aldilà. Oggi la mummia di Ramses II è custodita nel Museo Egizio del Cairo. Per ora vi saluto, augurandovi buonanotte e buon week end.

Sempre Vostra, Storyteller.

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VIAGGI: LA GUERRA DEL 1812. (settembre 2020)

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Un saluto a tutti cari Lettori! Oggi tratterò con voi un nuovo articolo della rubrica VIAGGI e vi devo ammettere che il mio desiderio di farne stesura era ormai tanto, mi diverto molto! La mia felicità deriva dal fatto che devo cimentarmi sempre in uno studio preventivo, il quale mi consente di acquisire nuove curiosità riguardanti le tematiche storiche. Come avrete dedotto dal titolo l’argomento in questo riguarda la guerra anglo- americana, nota comunemente come ” La guerra del 1812″ Iniziamo dunque questo racconto alla scoperta di un fatto particolarmente importante per il susseguirsi dell’evoluzione sociale. Siamo in piena epoca napoleonica e tra la Francia e il Regno Unito non corre buon sangue. I dissidi internazionali diventano sempre più forti, diventando il pretesto migliore per uno scontro armato. Tra le cause di queste diatribe tra paesi, due sembrano essere le principali. In primis fu il blocco navale inglese alla Francia, che per conseguenza diretta danneggiava non solo la stessa Francia, ma anche il commercio marittimo statunitense, e secondo, ma non meno importante, il desiderio da parte dell’America, di annettere il proprio stato al Canada, allo scopo di creare una Repubblica di livello continentale. Un problema in più a cui rendere conto erano i Pellerossa, coloro che abitavano la sponda Sud dei Grandi Laghi, che per sfuggire ai bianchi si rifugiavano nei territori britannici, luoghi in cui si rifornivano di armi attraverso i mercati locali. Nonostante i britannici non fossero del tutto a favore del fenomeno era sufficiente per arrecare fastidio agli americani, che ora avevano un motivo in più per attaccare gli inglesi. A rendere

ulteriormente più evidenti i dissapori tra i due popoli fu l’espansione fuori misura della Royal Navy: vista l’ingente perdita di marinai in quel periodo, i britannici applicarono a questa situazione il metodo dell’ impressment. Si trattava di una pratica abbastanza barbara, che consisteva nel rapimento e arruolamento forzato di chiunque si trovasse sui loro passi (ubriachi, malcapitati e comuni cittadini), i quali si trovavano nei porti nel momento dello sbarco dei mezzi navali del Regno. Anche questo aspetto accese ulteriormente gli animi degli americani, che videro come un pretesto lo scontro tra Francia e Inghilterra, fomentando e incitando la guerra. I dissidi si accendo anche i territorio americano, tra i territori canadesi e quelli della cittadina di New York. Tutte quelle battaglie, con l’appoggio di una buona difesa su entrambi i fronti, ultimarono con un nulla di fatto. Ma una battaglia in particolare vide la riscossa degli inglesi. Riescono infatti, dopo esser stati più volte respinti, a occupare la zona di Washington. Gli americani, a parte una piccola occupazione, avevano dalla loro parte molte buone difese, che divento il motivo principale della realizzazione dell’inno statunitense. Nonostante o sforzo notevole delle truppe americane, con l’arrivo degli aiuti dall’Europa il controllo passò nelle mani degli inglesi. Come risposta gli americani inflissero duri colpi al commercio britannico. Dopo mesi di lotte intestine, le perdite economiche e umane erano ormai insostenibili, divenne perciò necessaria una resa. Ci fu dunque un colloquio delle parti interessate a Gand, in Belgio, il 24 dicembre del 1814, dove venne firmato un trattato di pace. La grande guerra si concluse senza un nulla di fatto, senza vincitori e senza vinti. Non cambiarono i confini ne per gli inglesi, ne per gli americani, che bramavano da tempo i territori canadesi. Con la fine dei dissidi cessarono anche i problemi relativi al libero commercio e dell’impressment. Con queste parole concludo, fatemi sapere con un commento il vostro punto di vista e se conoscevate questo pezzo di storia. Un forte abbraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: STORIA DI CHARLES DICKENS. (28 luglio 2020)

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Buongiorno cari Lettori! Benvenuti su Storyteller’s Eye Word. Nell’articolo di oggi è mio desiderio condividere con voi un’altra straordinaria biografia, di uno scrittore che con le sue storie e racconti ha segnato un periodo storico, carico di cambiamenti ed evoluzioni sociali. Parlo di Charles Dickens. Egli nacque il 7 febbraio 1812 presso Portsmouth. Il padre, John, è impiegato all’ufficio della Marina, e la madre, Elizabeth Barrow, è figlia di un noto funzionario statale inglese. È il secondo di ben otto fratelli. Charles John Huffman Dickens (questo il suo nome completo) durante la sua infanzia viene trasferito in luoghi diversi. Questo perché il padre per lavoro era spesso in giro per il mondo, per lunghi periodi, ma sempre desideroso di avere la compagnia della sua famiglia con sé. I vari viaggi lo portano a sviluppare già dall’adolescenza una grande passione per la lettura. Si diletta in numerosi generi, ma mostra fin da subito maggiore interesse per le opere del teatro elisabettiano e per i romanzi di Defoe, Fielding e Smollett. È il 1824, il padre viene arrestato per debiti. Per sua fortuna il patrimonio ereditario

sapientemente conservato gli permette di saldare in breve tempo i suoi debiti, anche se prima della sua liberazione passerà qualche mese. Durante quel periodo il giovane Charles è costretto ai lavori umili, per dare qualche soldo alla famiglia, indebitata a causa di quanto da poco accaduto. È brutale pensare ad un bambino di 12 anni messo a simili lavori, ma all’epoca lo sfruttamento minorile era lecito e soprattutto molto conveniente per i datori di lavoro, proprio perché i bambini erano considerati “manodopera a basso costo”. Secondo le documentazioni di protesta alle condizioni di lavoro dell’epoca, le fabbriche erano terribilmente sporche, delle sorta di baracche, totalmente infestate da topi, con ambienti maleodoranti, senza le condizioni igieniche e alimentari

sufficienti per il carico di lavoro richiesto. I bambini nella fabbrica in cui egli lavorava dovevano incollare etichette su flaconi di lucido per scarpe. L’esperienza resta per tutta la vita di Dickens fortemente traumatizzante e diventerà per sempre fonte di ispirazione per le sue stesure. Nonostante il padre volesse continuare a farlo lavorare presso l’attività in questione, dopo un anno la madre si oppose e nel 1825 può finalmente riprendere gli studi, presso la  Wellington Academy di Hampstead Road. Purtroppo, appena due anni dopo, è costretto ad abbandonare perché la famiglia non è più in grado di fornire il denaro necessario per pagare la retta d’iscrizione. Torna quindi a lavorare, questa volta come fattorino in uno studio legale. Dopo appena un anno intraprende l’attività di cronista parlamentare fino al 1829, quando ottiene l’incarico di giornalista presso la Law Courts dei Doctors, in società con il cugino, Thomas Charlton. Charles è ormai un diciannovenne in carica ed sarà allora che si innamora di una giovane, figlia di un funzionario di banca. La storia dura tre anni, ma si conclude

senza un matrimonio, vietato dai genitori di lei per disparità sociali. Nel 1836 però sposa Catherine Hogarth. Il 1837 è per Dickens un anno importante: nasce il primo dei suoi otto figli e pubblica i romanzi “Oliver Twist” e “Quaderni di Pickwick” ( all’epoca in fascicoli). Iniziano quindi per lo scrittore quindici anni densi di pubblicazioni, in cui vengono generati i suoi titoli più importanti, l’ultimo a conclusione di una grande raccolta il celebre e sublime romanzo di “David Copperfield “. Nel 1842, in vista della sua fama a livello mondiale, inizia un lungo viaggio negli Stati Uniti. Attraversa quindi il mondo, sbarcando anche in Italia a Genova, nel 1844, dove rimarrà con la famiglia per un anno. Un fatto burrascoso travolge la sua vita nel 1855. Perderà la testa per una donna, Ellen Ternan, che lo costringerà ad abbandonare il tetto coniugale e iniziare una nuova vita. Dopo molti anni di attività e successo, Dickens nel 1867 compie un secondo viaggio in America. Si ammala gravemente, ma nonostante tutto si riprende, seppur con grandi difficoltà. Nel 1869 inizia la stesura di una nuova opera, dal titolo  “Il mistero di Edwin Drood”. Rimarrà incompiuta a causa della sua prematura morte, per complicazioni polmonari, il 9 giugno del 1870. Con queste parole concludo. Fatemi sapere con un commento se avete apprezzato questa biografia e se eravate a conoscenza di tutto. Un forte abbraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.

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VIAGGI: LA PRESA DELLA BASTIGLIA. (23 luglio 2020)

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Un saluto a tutti cari Lettori! Come promesso nel post mattutino, mi accingo finalmente alla pubblicazione dell’articolo fisso di oggi, per la rubrica VIAGGI, inerente ad un fatto storico di cui nel mese di luglio, precisamente giorno 14, ricade l’anniversario. Se volete sapere il motivo di questa mia pubblicazione “fuori orario” rispetto al solito, vi consiglio la lettura del post precedente, in cui in breve spiego tutto. Mi riferisco ad un evento importante, che con il suo progredire ha sconvolto e rivoluzionato drasticamente la storia dei nostri vicini di casa, i francesi. Parlo ovviamente della Presa della Bastiglia, avvenuta nel corso dell’anno 1789. Oggi ve ne racconterò i tratti salienti in queste righe, per fare chiarezza su uno degli avvenimenti storici più importanti dell’evoluzione europea e per ricordarne l’anniversario. E’ il 27 giugno: il re decide di radunare un modesto esercito composto da 20.000 soldati, allo scopo di proteggere e difendere l’allora presente Assemblea costituente (una sorta di Parlamento dell’epoca) e i disordini interni della città parigina. Il caos in tutta la città dura ormai da giorni e i provvedimenti proseguono invariati fino al primo giorno di luglio. Il clima, dopo giorni con le guardie in giro per le strade, sembra rasserenarsi, finché la situazione torna a degenerare. Fu così che l’11 luglio il re decide di far cacciare da Parigi Jacques Necker, politico e fervido rivoluzionario, a favore dello scompiglio cittadino allora presente. I cittadini ribelli, dal canto loro, vedono la decisione del re come un metodo poco democratico per mettere in scena una risposta contro di essi. Intanto, in seguito all’accaduto, diventano numerosi gli oratori agli angoli delle strade, pronti ad influenzare le masse popolari, issandoli contro il Governo. Durante a giornata del 12 luglio, una domenica, un giovane ventinovenne si reca ai giardini dei Palazzi Reali e inizia ad urlare a gran voce una frase emblematica, passata alla storia, ovvero: «Cittadini! I mercenari verranno a sgozzarci, sarà un’altra “Strage di San Bartolomeo”; uccidiamo la belva:

40.000 palazzi e castelli, i due quinti dei beni di Francia, saranno il premio dei vincitori». La risposta dei cittadini ribelli non tarda ad arrivare: la sera della stessa domenica fanno chiudere il Palazzo dell’Opera, perciò due gravi problemi iniziano a palesarsi: da una parte incombe la paura dei briganti provenienti dalle provincie, che vogliono approfittare dei disordini interni per saccheggiare, profanare e derubare i poveri cittadini indifesi, dall’altra la paura era rivolta ai mercenari, disposti ad aprire il fuoco sui civili per mettere fine allo stato di caos civile. E’ il 13 luglio. A Parigi è una giornata di grandi preparativi, tutti sono svegli durante la notte. Casi di rivolta e brigantaggio ormai si verificano anche nei paesi circostanti e nelle provincie. Il municipio prende la decisione di creare una nuova milizia borghese, ma dai disordini vigenti si verificano i primi incendi. Le testate giornalistiche allarmano la popolazione con titoli improvvisati. Fu allora che i rivoltosi attaccano e profanano il St. Lazare e dal campanile escono i suoni funebri della campana: è segno che la tragedia è in atto. L’Assemblea ora si protegge fra le mura di Versailles. I rivoltosi si preparano all’assalto derubando negozi d’armi, come pure il Palazzo degli Invalidi. Il piccolo esercito improvvisato raduna ben 30.000 uomini e l’attacco accumula un bottino di oltre 20.000 fucili e 24 cannoni. Nell’aria gira voce di un poderoso assalto, che partirà la mattina successiva proprio dalla Bastiglia. E’ il

mattino del 14 luglio. I rivoltosi, per buona parte armati, attaccano le prigioni, simbolo del dispotismo francese, e la stessa Bastiglia. Una curiosità spesso ignorata è che la Bastiglia venne costruita per volere di Carlo V tra il 1365 e il 1383. E’ una piccola fortezza dotata di otto torri, che aveva lo scopo difensivo della città. Purtroppo non adempiva bene al suo scopo ed era stata assediata ben sette volte nel corso della storia, fu così che per volontà di Richelieu, venne destinata a prigione per richiudere personaggi influenti e particolarmente scomodi al re. Per i francesi divenne presto segno dell’assolutismo monarchico, della tirannia e dell’ingiustizia. La vera lotta armata avrà luogo alle 17:00 del 14 luglio: i rivoltosi attaccano la Bastiglia e il governatore Launay per placarli da l’ordine di sparare a vista sulla folla. Molti perdono la vita, ma alla fine si scopre che la vittoria è principalmente morale: alla difesa del carcere ci sono soltanto 30 Svizzeri e un’ottantina di invalidi. Entrando nella struttura si scopre che accoglieva solo sette prigionieri, tra cui quattro falsari, un pazzo e uno accusato di incesto, prontamente liberati. Molti soldati vengono massacrati e alcuni ufficiali linciati a morte dai parigini. Questa è una storia di rivolta, di senso di patria, di un popolo fiero del tricolore blu, bianco e rosso, simbolo dei due maggiori rappresentanti della Francia (blu e rosso per i parigini, bianco dei Borboni), di coloro che hanno saputo ribellarsi, consci delle conseguenze, ma fieri di poter dare ad essi e alle generazioni future un futuro migliore. Con queste parole concludo, fatemi sapere se conoscevate nel dettaglio questa parte di storia o se avete scoperto qualche nuovo dettaglio. Un abbraccio a tutti.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: STORIA DELL’HARD ROCK CAFE ( 22 luglio 2020)

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Un saluto a tutti! Oggi mi cimento nel racconto di un pezzo di storia, punto di ritrovo e meta ambita di tutti gli appassionati di rock, con una ricchissima catena di locai, districati ormai in tutte le maggiori città nel mondo. Mi riferisco ovviamente all’Hard Rock Cafè. Ma come nacque questa icona del panorama rocker? Le sue origini sono abbastanza remote, tanto che per valutarne la nascita finiamo proiettati nel lontano 1971. Due americani, Isaac Tigrett e Peter Morton, decidono di fondare un ristorante a Londra. E’ vero locale in stile USA, con le targhe e i tipici oggetti di arredamento dei locali americani. Ciò attira molto la clientela inglese, che diventerà sempre più numerosa. Tigrett e Morton, vedendo nell’idea creata un punto di forza per incrementare le vendite, continuano su questa scia, attaccando alle pareti nuove targhe di sigarette, delle automobili e oggetti tipici dei college americani. Fu allora che nacque lo slogan e la targa distintiva del locale, diventati ora un marchio distintivo, ovvero ” Love all, serve all”. Lo stesso principio dello slogan è molto distante dalla filosofia che correva in quegli anni, in cui il proprietario di un proprietario aveva il diritto di decidere se servire o no un commensale. Diventerà presto un

Logo simbolo di Hard Rock Cafè

locale trendy, frequentato dai giovani londinesi degli anni ’70 e non solo: passano da lì anche Paul McCartney o Eric Clapton, quest’ultimo deciderà anche di regalare la sua chitarra ad uno dei fondatori del locale. Diventerà presto il primo oggetto della più grande collezione di articoli rock diventati famosi nella storia. In questo modo anche altri cantanti ed artisti del panorama rock iniziano a regalare strumenti e personale, utilizzati come parte fondamentale dell’arredo. Il grande successo raggiunto fa crescere “l’azienda” e Tigrett e Morton decidono di fondare nuove sedi, ovvero Los Angeles, Chicago, Dallas  e NY, sempre più ricchi e scenici. Nel 1988, le sedi sono 16, sparsi nel mondo. Oggi sono ben 140 in oltre 36 paesi a livello mondiale. L’aspetto autentico e a mio parere meraviglioso di Hark Rock Cafè è che per ognuno di questi locali si possono ammirare veri e propri musei, grazie alle donazioni che gli artisti hanno fatto nel corso degli ultimi decenni, tra cui  la chitarra originale di John Lennon, i pantaloni di Jim Morrison e Freddie Mercury o gli abiti di scena di Madonna e Prince; o

Piràmide de Arona, Tenerife, sede di un Hard Rock Cafè.

ancora innumerevoli poster, manifesti, batterie, dischi di platino e spartiti scritti a mano. In alcune sedi inoltre sono stati acculti veri e propri spettacoli musicali, di artisti come Elton John, Aerosmith e Sting. Altra curiosità è che Hard Rock Cafè non è solo ristorante: nel 1995 Morton fonda a Las Vegas l’Hard Rock Hotel e l’Hard Rock Casinò. Negli anni successivi verranno fondati altri splendidi hotel a Bali, Chicago, San Diego e Singapore e altri casinò, ad esempio ad Hollywood e Macau. Inoltre ad oggi tutte le sedi comprendono uno shop in cui è possibile acquistare il famoso merchandising con il logo ( di cui quasi tutti hanno un pezzo nell’armadio, spesso acquistato come souvenir delle gite scolastiche liceali internazionali). Concludo così questo viaggio alla scoperta di un pezzo di storia che accomuna la cultura rock e quella america. Fatemi sapere con un commento se ne conoscevate la storia. Un forte abbraccio a tutti!

Sempre Vostra, Storyteller.

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