VIAGGI: STORIA DI RAMSES II (7 ottobre 2020)

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Un saluto a tutti, cari Lettori! Oggi tratteremo un argomento di cui io stessa sono rimasta particolarmente affascinata e piacevolmente colpita. Se vogliamo essere maggiormente precisi, in questa prima parte di premessa dei prossimi contenuti, si parlerà di un personaggio, che a mio avviso, ha reso grande la storia, con le sue azione e la sua stessa vita. Probabilmente avrete intuito di chi sto parlando, sia dal titolo che lo introduce, sia da quanto è emerso nei svariati post di programmazione degli articoli. Ramses II, famoso per la sua incredibile longevità, di ben 91 anni, (un’età quasi impossibile da raggiungere nella civiltà egizia), fu a capo del regno d’Egitto per circa settant’anni. Durante questo lunghissimo periodo di governo, l’Egitto vide l’avvicendarci di numerosi cambiamenti politici e artistici, particolarmente incisivi per la storia di questo regno. Dai documenti giunti fino a noi, riconosciamo alcuni tratti del suo carattere, ad esempio una spiccata indole bellica, il sapersi destreggiare come un prode combattente sul campo di battaglia. Proprio per questa sua predisposizione,  dedicò molto tempo all’insegnamento dell’arte bellica, avendo cura di migliorare la qualità di combattimento dei soldati del suo esercito. Inoltre teneva molto al benessere della sua famiglia e dei suoi sudditi, a cui dedicava molteplici attenzioni. Nel corso del suo regno fece edificare numerosi monumenti e templi, in parte presenti tutt’ora, a testimonianza della grandezza del suo operato e del suo governo. Gli scritti proposero una dettagliata descrizione del suo aspetto: aveva il classico portamento da guerriero egiziano, di un altezza pari a 185 cm, la sua regalità lo rendeva affascinante agli occhi altrui. Il naso era aquilino, gli occhi quasi a mandorla rendevano evidente la forma del viso, ovale. Le labbra era carnose definivano le forme squadrate della mascella e aveva gli zigomi alti. La sua pelle era molto chiara rispetto alla classica carnagione nord- africana, i capelli erano di un bel rosso fulvo, un colore del tutto inusuale per un uomo dell’antico Egitto. Questa rara peculiarità gli conferiva un’espressione violenta, tale da incutere paura ai suoi sudditi. Il colore rosso inoltre veniva associato all’immagine di Seth, dio del caos, delle tempeste e della violenza. Parte del suo comportamento in età adulta era il risultato dei modi con cui condusse la sua infanzia. Era il figlio del faraone Seti I, che lo scelse come principe ereditario. Quando fu certo della decisione presa, iniziò una rigida disciplina militare e lo portava con sè durante le visite ufficiali e i cantieri regali. Una leggenda narra che quando ancora Ramses era ancora molto piccolo apparve al pubblico con il figlio tra le braccia, urlando le seguenti parole al suo popolo:

“Fatelo apparire come un re, affinché io possa vedere tutta la sua bellezza, mentre sono ancora in vita!…Sarà Ramses II a dirigere il Paese, ad occuparsi dei pubblici affari e a comandare il popolo”. Seti, quando suo figlio crebbe diventando un giovane uomo, costruì per lui un grande palazzo e scelse mogli e concubine per rendere accogliente e generoso l’harem reale. Secondo quanto diffusero gli scritti, allora come oggi, Ramses II era considerato un semidio, motivo per cui il padre diede al figlio tutti questi onori per il prossimo regno. La prima moglie di Ramses fu la famosa Nefertari. Divenne fin da subito la moglie prediletta. Il faraone ci teneva così tanto a questa donna da dedicarle uno dei due templi di Abu Simbel, interamente scolpiti nella roccia viva, allo scopo di rimanere eretti per l’eternità. Probabilmente le ragioni di questa preferenza erano date dalla sua bellezza ed intelligenza. Sapeva leggere e scrivere nel linguaggio dei geroglifici e perciò rivesti un importante ruolo nella vita diplomatica del regno. Inoltre, nel corso del loro matrimonio ebbero numerosi figli.
Quando Ramses morì, dopo appunto settant’anni di potere e ben 91 anni, venne seppellito con tutti gli onori nella Valle dei Re, attraverso il classico metodo della mummificazione del corpo insieme al corredo funebre, che lo avrebbe sostenuto e accompagnato nel cammino dell’aldilà. Oggi la mummia di Ramses II è custodita nel Museo Egizio del Cairo. Per ora vi saluto, augurandovi buonanotte e buon week end.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: ALBERTO SORDI, SPECIALE 100 ANNI DALLA SUA NASCITA. (27 luglio 2020)

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Un saluto a tutti, Lettori! Ci tenevo molto a ricordare con qualche parola, anche in modo alquanto umile considerando a chi sono rivolte, questo straordinario personaggio del cinema italiano. Infatti il 15 giugno di cento anni fa nasceva

Alberto Sordi, un attore di grande talento, forse lontano da noi giovani nati alla fine degli anni ’90, ma che a saputo ritagliarsi uno spazio nel cuore di tante generazioni. Era il lontano 1920 e un piccolo Alberto nasceva in via San Cosimato 7 a Trastevere, in una piccola casina, che oggi si ricorda con una targa commemorativa. Sua madre era una maestra, il padre musicista del Teatro dell’Opera di Roma. Aveva tre fratelli, Savina, Giuseppe, chiamato affettuosamente Pino, e Aurelia, a cui rimase per tutta la sua vita

particolarmente legato. In realtà lui era il quintogenito, ma fato vuole che il fratello che nacque prima, anch’esso chiamato Alberto, morì pochi giorni dopo la sua nascita. La sua vocazione era palese già in tenera età, nel periodo in cui frequentava le scuole elementari, era partecipe infatti alle attività del teatrino delle marionette locale, diretto da un professore di ginnastica, il signor Parodi, e cantava come membro delle voci bianche della Cappella Sistina, finché non crebbe e la sua voce assunse un timbro più basso. Nel 1936 incise una fiaba per bambini. Con il ricavato riuscì a permettersi il viaggio per Milano, dove in gioventù studiò recitazione. Le sue mille sfortune iniziano ora, in breve verrà infatti espulso, tradito dalla sua cadenza romana, colei che presto sarebbe diventata, con l’aiuto anche di un

giovanissimo Federico Fellini, tratto distintivo del suo inimitabile modo di fare commedia. Un’amicizia forte quella tra Sordi e Fellini, che ebbe inizio prima del successo di entrambi. Alberto prima del successo al mondo del cinema, nel corso degli anni ’40 si diletta in radio, con lo storico programma “Vi parla AlbertoSordi”, con il teatro di commedia e con qualche piccola comparsa nel cinema. Il vero successo, dopo il film “Lo sceicco bianco ” del 1952, arriva con ” I Vitelloni”. Dopo alcune diatribe con i produttori del film (non volevano far comparire il suo nome in locandina, problema che successivamente risolve con l’aiuto di Fellini), inizia la sua consacrazione nel cinema. Corre l’anno 1954 e Sordi è interprete di ben 13 film, tra cui  “Il seduttore”, “Il matrimonio” e “Un americano a Roma”, regia di

Stefano Vanzina. Da allora Alberto Sordi diventa storia, un leggenda presente in tantissime e meravigliose commedie, ognuna intrisa della sua ironia, del suo talento e della sua grande passione per la recitazione. Su molti canali Rai e Mediaset e Sky, nei giorni del suo centenario si ricorda il Maestro con riproduzione di film cult, con documentari,con speciali del telegiornale, ma anche con la fiction, realizzata per la RAI e presente tutt’ora su Raiplay, dal titolo “Permette? Alberto Sordi”, con la regia di Luca Manfredi. Ve ne consiglio la visione, io stessa l’ho trovata fedele alla realtà e molto suggestiva. Lascio nel corso della stesura alcune storiche citazioni tratte dai suoi film, per ricordarlo nei migliore dei modi. Ora concludo con un grande abbraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA:OMAGGIO A ROBERTO GERVASO (13 LUGLIO 2020).

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Un saluto a tutti! Oggi voglio raccontarvi di una persona, una di quelle persone che forse in pochi conoscono, visto la sua natura e la sua professione, non propriamente seguita al contrario di quella di attori, cantanti e membri dello spettacolo in genere. Roberto Gervaso era un giornalista, un volto noto del Tg5, ma anche un grande scrittore, che lascia la sua scia di biografie ai posteri desiderosi di compierne la lettura. La figlia Veronica decide di dargli un ultimo saluto, in seguito alla sua perdita avvenuta il 2 giugno di quest’anno a Milano, con un breve pensiero sulla piattaforma Twitter. «Sei stato il più grande, colto e ironico scrittore che abbia mai conosciuto. E io ho avuto la fortuna di essere tua figlia. Sono sicura che racconterai i tuoi splendidi aforismi anche lassù. Io ti porterò sempre con me. Addio». Roberto era nato nel 1937 e prima di essere giornalista e scrittore, era un grande cultore del sapere ed intellettuale. Tra le sue idee più celebri, quella del racconto come strumento di divulgazione. Lui era un personaggio controcorrente e lo mostrava, nei suoi scritti, nei suoi ideali, ma pure materialmente, attraverso l’abbigliamento, sempre accompagnato da un accessorio tutt’altro che scontato: una serie di vezzosi e allegri papillon. Furono proprio queste sue qualità a dargli la nomina di “Grillo Parlante”.Gervaso completa i suoi studi tra gli Stati Uniti e l’Italia, laureandosi in Lettere Moderne, con una tesi sul filosofo Tommaso

Campanella. La sua carriera di giornalista inizia nel 1960, presso il Corriere della Sera. Tra il 1965 e il 1970 realizza una serie di 6 volumi, a quattro mani con la collaborazione di Montanelli, dal titolo “Storia dell’Italia”, edizione Rizzoli. Nel 1967, grazie a uno di quei volumi, “L’Italia dei Comuni. Il Medio Evo dal 1000 al 1250”, vince il “Premio Bancarella”. Nel 1973 vince nuovamente, con una biografia di Cagliostro, sempre edita da Rizzoli, dal titolo “Il grande mago. Vita, morte e miracoli del conte di Cagliostro”. Tra gli anni ’70 e ’80 pubblica altre sei biografie, su personaggi molto diversi tra loro, tra cui Nerone, Casanova, i Borgia e Claretta Petacci. Nel 1984 Bompiani lo chiama alla pubblicazione di “La monaca di Monza. Venere in convento”, a cui seguiranno “Con La bella Rosina. Amore e ragion di Stato in Casa Savoia” nel 1991, “Scandalo a corte”, “Appassionate e Amanti”, sei raccolte d’interviste, una raccolta d’interviste immaginarie, tre raccolte di aforismi, un volume di confessioni, uno di galateo erotico e uno sui sentimenti. Tra i suoi libri più recenti anche “Italiani pecore anarchiche” del 2003, “Qualcosa non va”  del 2004, “Ve li racconto io” del 2006 e “Io la penso così” del 2009. Celebri anche le sue numerose comparse sulle reti Mediaset, come commentatore di una rete televisiva nascente.

Roberto Gervaso ha dato una svolta alla concezione intellettuale italiana, ha creato l’immagine di colui diffonde cultura e sapere senza prendersi troppo sul serio, senza mostrarsi come punto di riferimento, bensì come divulgatore di qualcosa sotto gli occhi di tutti. Una persona che ha saputo essere un pensatore, un uomo di riflessione. Con queste parole concludo, un abbraccio forte.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: STORIA DI FERNANDO PESSOA (29 giugno 2020)

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Buon pomeriggio Lettori. Oggi tratterò nuovamente una biografia, la seconda del mese per esattezza, ma se la scorsa settimana ho toccato un argomento molto forte con la storia di Anna Frank, ovvero la Shoah e la deportazione e il massacro degli ebrei nei campi di concentramento e di sterminio, oggi ci immergiamo nel mondo “classico” della letteratura a cavallo tra gli ultimi decenni dell’800 e i primi del 900. In particolare approfondiremo la storia di un grande poeta portoghese, ovvero Fernando Pessoa. Direi di non indugiare oltre e di iniziare questo viaggio alla scoperta di una nuova biografia, segno indelebile della storia. Il suo nome completo di battesimo era Fernando António Nogueira Pessoa, e nacque come anch’io il 13 giugno, del lontano anni 1888 a Lisbona. I suoi genitori erano Madalena Pinheiro Nogueira e Joaquim de Seabra Pessoa, il padre era un noto critico musicale nel panorama cittadino. Quest’ultimo però morirà nel 1893 e appena due anni dopo, nel 1895, sua madre si unisce in seconde nozze con il comandante Joào Miguel Rosa. La nuova famiglia così formata, visto il consolato a Durban del marito della madre, si stabilisce in Sudafrica, luogo in cui Pessoa passa tutta la sua giovinezza. Tornerà a Lisbona nel 1905, dove seguirà il corso di Filosofia della facoltà di Lettere. Fu allora che inizia la sua seconda professione, che lo accompagnerà per tutta la vita, ovvero quella di corrispondente di lingua inglese e francese. Dal 1913 inizia a collaborare per una serie di riviste, tra cui la “A Aguia” e la “Portugal Futurista”, scrivendo letture dedicate ai romantici e in particolare a Baudelaire.

Nel 1914 Pessoa creare il suo primo personaggio di fantasia, ovvero il Chevalier de Pas, riecheggiante il periodo della sua infanzia. Siamo nel 1915. Insieme a Mário de Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Armando Córtes-Rodriguez, Luis de Montalvor, Alfredo Pedro Guisado e altri lo scrittore decide di dare vita ad una rivista d’avanguardia, nota come “Orpheu”, che mostrerà un ampio repertorio ricco del fascio futurista, paulista e cubista. L’Orpheu, nonostante un’impronta che riuscirà a segnare nell’immaginario letterario portoghese, avrà vita breve. Nel 1920 Pessoa si approccia per la prima ( e ultima) volta con il gentil sesso, precisamente con una tale Ophelia Queiroz, impiegata in una delle ditte di import-export per le quali Fernando Pessoa lavora. Il loro burrascoso rapporto terminerà definitivamente nel 1929. L’unica raccolta in versi che il Pessoa curò, interamente in lingua portoghese fu il “Mensagem” (Messaggio), che vide la sua pubblicazione nel 1934. Piccola curiosità e che il “Mensagem” gli fece vincere un premio governativo per un valore di 5mila escudos. I temi fanno dalla teologia all’occultismo, dalla filosofia alla politica all’economia nonchè altre discipline. Fernando Pessoa morì a causa di una crisi epatica, probabilmente per l’abuso di alcolici, il 30 novembre 1935 in un ospedale di Lisbona. Con queste parole concludo e vi mando un forte abbraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: STORIA DI ITALO SVEVO ( Testo trasferito del 21 settembre 2019)

Buonasera Lettori! Anche con questo nuovo articolo decido di creare un appuntamento serale, perchè credo che più di altre, la rubrica EMPATIA, si presta all’approfondimento serale, seppur ognuno degli articoli che scrivo non abbiano la pretesa di una stesura accademica.Ad ogni modo ciò che scrivo lascia sempre trasparire una certa ricercatezza di contenuti. In particolare stasera sentivo la necessità di questa rubrica, di parlare dunque di un grande maestro della letteratura italiana e della sua vita. Parleremo infatti, in un’ottica quasi colloquiale e rilassata, di Italo Svevo. E’ bene talvolta parlare di letteratura, soprattutto per chi come noi vive con il fascino dell’intellettuale umanista, a volte senza pretese, a volte con uno stile un pò underground, come hobby o come professione. La verità è che chi legge un blog come il mio ama la cultura, ama circondarsi dello charme ideale dell’intellettuale. Magari non lo da a vedere, magari non lo considera elemento di vanto. Conosco tante persone che si credono tali e non lo sono davvero, che si improvvisano cultori di filosofia, storia ed altro e non hanno la sete di conoscenza necessaria per averne le doti. I social, riguardo a ciò, a mio modesto parere, sono i principali colpevoli.
Ma a parte questo mio breve excursus mi dedico ora al racconto della storia di Svevo. Italo nasceva il 19 dicembre del 1861 a Triste. All’epoca il suo nome era  Aaron Hector Schmitz. Solo successivamente, iniziata la carriera di scrittore, iniziò a definirsi con lo pseudonimo di Italo Svevo, cosa che alludeva alla doppia cittadinanza italiana e germanica. Era il quinto di otto figli. Il padre era un ebreo di origine ungherese, che lavorava come vetraio. La madre invece, era un’ebrea di origine friulana.


All’età di 6 anni inizia a frequentare la scuola israelitica di Trieste. A 12 anni entra nel collegio bavarese di Segnitz-am-Mein, dove sarà avviato alla carriera di commerciante. In questi ambienti viene a contatto con lo studio del tedesco e si approccia per la prima volta alla letteratura. Rimane subito affascinato dalle letture di Shakespeare, dei romantici tedeschi e dei narratori russi contemporanei. A 17 anni, viene trasferito all’Istituto superiore per il commercio “Pasquale Revoltella”, ma nonostante ciò, Svevo non perderà mai la sua passione, ormai sempre più radicata in lui, per la letteratura, per il teatro e per la narrativa.
Nel 1880, una profonda crisi finanziaria investe la famiglia degli Schmitz, costringendo Svevo ad abbandonare gli studi e a intraprendere un impiego come corrispondente francese e tedesco presso la filiale triestina della Banca Union di Vienna. Per alimentare la sua sete letteraria in questo periodo, inizia a collaborare per un giornale triestino, ” L’Indipendente”. Il suo primo articolo uscirà il 2 dicembre, sotto lo pseudonimo di Ettore Samigli. Si tratta di una critica letteraria al personaggio shakespeariano di Shylok. Da allora le sue attività di giornalista prendono la giusta piega e continua per lungo tempo a dedicarsi alla critica letteraria e teatrale. Un anno dopo la morte tragica del fratello Elio, a soli 22 anni, a  causa della nefrite, Svevo pubblica il suo primo libro, “Un inetto”, nel 1887. Negli anni successivi instura una grande amicizia  con il pittore Umberto Veruda e inizia a frequentare numerosi circoli e salotti, che lo porta a fare numerose conoscenze tra gli intellettuali di tutta Europa. Inoltre grazie alla fervente ispirazione di questi luoghi, Svevo sperimenta l’arte del racconto epistolare sull’Indipendente, con “Una Lotta” e ” L’assassinio di via Belpoggio”. Nel 1892, Italo Svevo decide di pubblicare nuovamente il suo primo romanzo, ma con il titolo ” Una Vita”, che lo rese celebre anche ai giorni nostri.
Nel 1895 muore la madre e conosce colei che un anno dopo, diventerà sua moglie, Livia Veneziani, al qualche dedica “Diario per la fidanzata”, una sintesi delle sue principali nevrosi narrative, tra cui la costante dell’ultima sigaretta, l’ironia, il paradosso, l’iperbole degli opposti.
Due anni dopo, la moglie Livia da alla luce sua figlia Letizia. Parallelamente al suo lavoro presso la Ditta Veneziani dei suoceri, ricomincia la pubblicazione dei suoi racconti a puntate, con ” Senilità”. A causa del lavoro gravoso che compie primariamente, il tempo di scrivere è sempre ridotto, con grande malincuore e decide di dedicarsi principalmente al teatro. In seguito alla morte del pittore e caro amico Umberto Veruda, instaura una nuova e stimolante amicizia con James Joyce. Passa molto tempo con lui in Regno Unito e grazie ai suoi insegnamenti, impara l’inglese.
A partire dai primi anni del ‘900, Svevo si approccia all’approfondimento della psicoanalisi. Il cognato infatti, soffre da lungo tempo di una grave nevrosi e decide quindi di portarlo da uno dei migliori psicoterapeuti dell’epoca, Freud per alleviare il suo male apparentemente incurabile.
Siamo ormai all’alba degli anni ’20. Svevo inizia la stesura del suo romanzo più celebre, ” La coscienza di Zeno”, che verrà pubblicata nel 1923. Joyce, riconoscente del talento di Svevo, inizia a fare propaganda del suo romanzo tra gli critici ed intellettuali dell’epoca di sua conoscenza, creando un vero e proprio fenomeno favorevole al nostro scrittore. Per sdebitarsi, Svevo nel 1927, terrà a Milano una Conferenza su Joyce. Nel corso degli ultimi mesi di vita, inizia la stesura di un racconto dal titolo Corto viaggio sentimentale e del suo quarto romanzo, narrazione del periodo della vecchiaia di Zeno. Entrambi gli scritti non saranno mai portati a termine, in quando incomberà prima la morte nel 1928, a causa dei postumi di un incidente automobilistico, a Motta di Livenza.
Con queste parole concludo qui la storia biografica di Italo Svevo. Se fosse cosa gradita, lasciate pure un commento nella modalità a voi preferita.

Sempre Vostra, Storyteller.