EMPATIA: ALBERTO SORDI, SPECIALE 100 ANNI DALLA SUA NASCITA. (27 luglio 2020)

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Un saluto a tutti, Lettori! Ci tenevo molto a ricordare con qualche parola, anche in modo alquanto umile considerando a chi sono rivolte, questo straordinario personaggio del cinema italiano. Infatti il 15 giugno di cento anni fa nasceva

Alberto Sordi, un attore di grande talento, forse lontano da noi giovani nati alla fine degli anni ’90, ma che a saputo ritagliarsi uno spazio nel cuore di tante generazioni. Era il lontano 1920 e un piccolo Alberto nasceva in via San Cosimato 7 a Trastevere, in una piccola casina, che oggi si ricorda con una targa commemorativa. Sua madre era una maestra, il padre musicista del Teatro dell’Opera di Roma. Aveva tre fratelli, Savina, Giuseppe, chiamato affettuosamente Pino, e Aurelia, a cui rimase per tutta la sua vita

particolarmente legato. In realtà lui era il quintogenito, ma fato vuole che il fratello che nacque prima, anch’esso chiamato Alberto, morì pochi giorni dopo la sua nascita. La sua vocazione era palese già in tenera età, nel periodo in cui frequentava le scuole elementari, era partecipe infatti alle attività del teatrino delle marionette locale, diretto da un professore di ginnastica, il signor Parodi, e cantava come membro delle voci bianche della Cappella Sistina, finché non crebbe e la sua voce assunse un timbro più basso. Nel 1936 incise una fiaba per bambini. Con il ricavato riuscì a permettersi il viaggio per Milano, dove in gioventù studiò recitazione. Le sue mille sfortune iniziano ora, in breve verrà infatti espulso, tradito dalla sua cadenza romana, colei che presto sarebbe diventata, con l’aiuto anche di un

giovanissimo Federico Fellini, tratto distintivo del suo inimitabile modo di fare commedia. Un’amicizia forte quella tra Sordi e Fellini, che ebbe inizio prima del successo di entrambi. Alberto prima del successo al mondo del cinema, nel corso degli anni ’40 si diletta in radio, con lo storico programma “Vi parla AlbertoSordi”, con il teatro di commedia e con qualche piccola comparsa nel cinema. Il vero successo, dopo il film “Lo sceicco bianco ” del 1952, arriva con ” I Vitelloni”. Dopo alcune diatribe con i produttori del film (non volevano far comparire il suo nome in locandina, problema che successivamente risolve con l’aiuto di Fellini), inizia la sua consacrazione nel cinema. Corre l’anno 1954 e Sordi è interprete di ben 13 film, tra cui  “Il seduttore”, “Il matrimonio” e “Un americano a Roma”, regia di

Stefano Vanzina. Da allora Alberto Sordi diventa storia, un leggenda presente in tantissime e meravigliose commedie, ognuna intrisa della sua ironia, del suo talento e della sua grande passione per la recitazione. Su molti canali Rai e Mediaset e Sky, nei giorni del suo centenario si ricorda il Maestro con riproduzione di film cult, con documentari,con speciali del telegiornale, ma anche con la fiction, realizzata per la RAI e presente tutt’ora su Raiplay, dal titolo “Permette? Alberto Sordi”, con la regia di Luca Manfredi. Ve ne consiglio la visione, io stessa l’ho trovata fedele alla realtà e molto suggestiva. Lascio nel corso della stesura alcune storiche citazioni tratte dai suoi film, per ricordarlo nei migliore dei modi. Ora concludo con un grande abbraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: STORIA DELL’HARD ROCK CAFE ( 22 luglio 2020)

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Un saluto a tutti! Oggi mi cimento nel racconto di un pezzo di storia, punto di ritrovo e meta ambita di tutti gli appassionati di rock, con una ricchissima catena di locai, districati ormai in tutte le maggiori città nel mondo. Mi riferisco ovviamente all’Hard Rock Cafè. Ma come nacque questa icona del panorama rocker? Le sue origini sono abbastanza remote, tanto che per valutarne la nascita finiamo proiettati nel lontano 1971. Due americani, Isaac Tigrett e Peter Morton, decidono di fondare un ristorante a Londra. E’ vero locale in stile USA, con le targhe e i tipici oggetti di arredamento dei locali americani. Ciò attira molto la clientela inglese, che diventerà sempre più numerosa. Tigrett e Morton, vedendo nell’idea creata un punto di forza per incrementare le vendite, continuano su questa scia, attaccando alle pareti nuove targhe di sigarette, delle automobili e oggetti tipici dei college americani. Fu allora che nacque lo slogan e la targa distintiva del locale, diventati ora un marchio distintivo, ovvero ” Love all, serve all”. Lo stesso principio dello slogan è molto distante dalla filosofia che correva in quegli anni, in cui il proprietario di un proprietario aveva il diritto di decidere se servire o no un commensale. Diventerà presto un

Logo simbolo di Hard Rock Cafè

locale trendy, frequentato dai giovani londinesi degli anni ’70 e non solo: passano da lì anche Paul McCartney o Eric Clapton, quest’ultimo deciderà anche di regalare la sua chitarra ad uno dei fondatori del locale. Diventerà presto il primo oggetto della più grande collezione di articoli rock diventati famosi nella storia. In questo modo anche altri cantanti ed artisti del panorama rock iniziano a regalare strumenti e personale, utilizzati come parte fondamentale dell’arredo. Il grande successo raggiunto fa crescere “l’azienda” e Tigrett e Morton decidono di fondare nuove sedi, ovvero Los Angeles, Chicago, Dallas  e NY, sempre più ricchi e scenici. Nel 1988, le sedi sono 16, sparsi nel mondo. Oggi sono ben 140 in oltre 36 paesi a livello mondiale. L’aspetto autentico e a mio parere meraviglioso di Hark Rock Cafè è che per ognuno di questi locali si possono ammirare veri e propri musei, grazie alle donazioni che gli artisti hanno fatto nel corso degli ultimi decenni, tra cui  la chitarra originale di John Lennon, i pantaloni di Jim Morrison e Freddie Mercury o gli abiti di scena di Madonna e Prince; o

Piràmide de Arona, Tenerife, sede di un Hard Rock Cafè.

ancora innumerevoli poster, manifesti, batterie, dischi di platino e spartiti scritti a mano. In alcune sedi inoltre sono stati acculti veri e propri spettacoli musicali, di artisti come Elton John, Aerosmith e Sting. Altra curiosità è che Hard Rock Cafè non è solo ristorante: nel 1995 Morton fonda a Las Vegas l’Hard Rock Hotel e l’Hard Rock Casinò. Negli anni successivi verranno fondati altri splendidi hotel a Bali, Chicago, San Diego e Singapore e altri casinò, ad esempio ad Hollywood e Macau. Inoltre ad oggi tutte le sedi comprendono uno shop in cui è possibile acquistare il famoso merchandising con il logo ( di cui quasi tutti hanno un pezzo nell’armadio, spesso acquistato come souvenir delle gite scolastiche liceali internazionali). Concludo così questo viaggio alla scoperta di un pezzo di storia che accomuna la cultura rock e quella america. Fatemi sapere con un commento se ne conoscevate la storia. Un forte abbraccio a tutti!

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: STORIA DI BAUDELAIRE. ( 21 luglio 2020)

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Un saluto a tutti, cari Lettori! Oggi torna una rubrica particolarmente apprezzata sul blog ovvero EMPATIA, soprattutto quando questa tratta contenuti di natura biografica. Infatti, a parte nei mesi come agosto in cui le pubblicazioni ci saranno solo nel corso della prima settimana, trovate sempre due appuntamenti del genere, in cui approfondisco delle biografie significative e interessanti per come si sono svolte nel corso del tempo. Quella di oggi in particolare parla di un grande poeta, il grande Charles Baudelaire, vissuto durante il corso del XIX secolo. Egli nacque infatti il 9 aprile del 1821 a Parigi, in una casa del Quartiere Lartino. Era figlio di Joseph-Francois, un funzionario al Senato, da poco convolato a nozze per la seconda volta all’età di sessantadue anni con la giovane ventisettenne Caroline Archimbaut-Dufays. Dopo pochi anni il padre muore e la madre decide di sposare un tenente colonnello. Si mostrerà sempre freddo e poco affabile con il piccolo Charles e ciò porterà all’odio nei suoi confronti di quest’ultimo. Da allora sviluppa un grande senso di infelicità e di conseguenza un difficile ruolo con la famiglia, in particolare con la madre. Questo sentimento lo accompagnerà per tutta la vita, diventando paradossalmente il suo “ingrediente segreto” per una realizzazione di successo delle sue opere. Inoltre lo porterà ad intraprendere la stesura di un epistolare, in cui ricerca l’amore materno ormai perduto. Nel 1833 viene iscritto per volontà del patrigno al Collège Royal. I suoi modi, talvolta ribelli e sopra le righe si diffondono presto in tutto l’edificio, giungendo infine allo stesso patrigno, che prenderà la decisione di imbarcarlo sul Paquebot des Mers du Sud, una nave diretta nelle Indie. Al contrario di quanto sperato dal patrigno, questo viaggio diventerà presto per il giovane Baudelaire

motivo di forte interesse, traendo una nutrita passione per le culture, per le tradizioni locali e in generale per l’esotismo, aspetto che trasparirà nella sua raccolta più celebre, ovvero “I fiori del male”. Nonostante ciò dopo appena 10 mesi, fa ritorno a Parigi, dove ormai maggiorenne si ritrova proprietario un’ingente somma di denaro ereditata dal padre, che gli consentirà di vivere in totale libertà per molto tempo. Siamo nel 1842. Baudelaire vive un grande avvicinamento artistico con il poeta Gautier, vedendolo come una vera e propria guida morale e artistica. Dal punto di vista sentimentale, sono gli anni della sua frequentazione con Jeanne Duval. Al contrario di quanto accade ad altri poeti e scrittori, con Jeanne instaura una relazione forte e duratura, al punto tale da vederla come tutrice, amante e musa ispiratrice delle sue stesure. Giunti in quel periodo Baudelaire aveva già speso metà del patrimonio paterno e la madre, con l’ausilio del marito, intraprende una procedura per ottenere un curatore dei beni finanziari del figlio. Divenne presto costretto a chiedere soldi per qualsiasi cosa gli servisse, persino per comprare i vestiti. Nel 1845 giungerà finalmente al suo esordio letterario, con la pubblicazione di “A una signora creola”. Per vivere collabora con alcune riviste locali, gli articoli e saggi pubblicati saranno successivamente raccolti in due opere,  “L’Arte romantica” e “Curiosità estetiche”. Nel 1848 partecipa ai famosi moti rivoluzionare nella zona parigina e finalmente, qualche anno più tardi ,nel 1857, pubblicherà “I fiori del male”, un raccolta che comprende un centinaio di poesie. L’opera genera fra il pubblico confusione e scandalo. L’opera, a causa dei pettegolezzi e delle maldicenze, verrà processato e l’editore costretto alla pubblicazione postuma escludendo sei poesie tra quelle presenti nella raccolta, considerate scandalose. Baudelaire nel 1861, vive ormai un profondo senso di agonia e di depressione, tenta il suicidio, ma non ottiene il successo sperato. Nel 1864 si trasferisce in Belgio, in cerca di serenità e comprensione da parte del pubblico. Nel 1867 Charles è un uomo malato, che trova sollievo al dolore fisico e mentale nell’hashish, nell’oppio e nell’alcol. Proprio la paralisi in stato avanzato e gli accessi lo porteranno a morte precoce a soli quarantaquattro anni. Il suo ultimo successo,”Paradisi artificiali”, viene scritto durante questo suo periodo di agonia, pubblicato nel 1861. Viene seppellito nel cimitero di Montparnasse, al fianco della madre e del tanto detestato patrigno. A partire dal 1949 la Corte di Cassazione francese ne ricorderà la sua memoria e le sue opere. Con queste parole concludo, fatemi sapere in un commento se avete trovato interessante l’articolo.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: GIORNATA MONDIALE CONTRO IL RAZZISMO. (20 luglio 2020)

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Un saluto a tutti cari Lettori. Oggi voglio portare avanti un tema che è un pò il fil rouge delle prime due settimane di luglio ovvero, razzismo e discriminazioni. Abbiamo parlato di quanto accaduto negli Stati Uniti, compiendo un excursus in merito alla perdita di George Floid, abbiamo parlato del ruolo della donna sia sul fronte social-cronologico, sia sul fronte professionale e abbiamo parlato di una crudeltà che talvolta l’uomo ha in confronti del mondo animale. Desidero dunque chiudere il cerchio con un articolo conclusivo dell’argomento, trattando il tema della Giornata Mondiale contro il razzismo. La celebrazione avviene ogni anno il 21 di marzo e come tutte le giornate mondiali ha una storia alle spalle che merita di essere narrata. La stessa scelta del 21 marzo ha un’origine interessante: infatti in tale data nel 1960 in Sudafrica, in un periodo in cui la popolazione locale viveva il dramma dell’apartheid, la polizia apre il fuoco su un gruppo di dimostranti di colore.Tutto culmina con la morte di sessantanove di loro,al quale si aggiunge la terribile cifra di ben 180 feriti. Il drammatico evento è tristemente ricordato come il massacro di Sharpeville. Si iniziò a celebrare e ufficializzare la giornata a partire dal 1966. L’Assemblea Generale ha sottolineato già all’epoca con questa data la necessità di un maggiore impegno al fine di eliminare tutte le forme di discriminazione razziale. A partire dal 1979 inoltre, per rendere questo messaggio ancora più esplicito, quest’ultima decide di stabilire un programma di attività a tema, allo scopo di portare avanti una forte campagna di sensibilizzazione in merito. Da allora molti stati nel mondo dedicano la settimana in cui cade il 21 marzo alla solidarietà, per sostenere i popoli che lottano contro il razzismo e le discriminazioni razziali.

Proprio grazie a questo agire a livello mondiale, molti passi avanti sono stati compiuti: in primis attraverso lo smantellamento dell’apartheid in Sud Africa e con l’abolizione in molti paesi di leggi che favorivano razzismo e discriminazione. A favorire ciò anche l’impegno della Convenzione internazionale sull’eliminazione della discriminazione razziale, che ha sempre dato il proprio sostegno per rendere questa lotta internazionale. Nonostante i grandi passi avanti compiuti, molte comunità e società ancora soffrono il disagio della discriminazione razziale. Il diritto all’uguaglianza è fondamentale e nell’articolo 1 della Dichiarazione Universale viene sancito che tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali in dignità e diritti. Nel secondo compaiono le seguenti parole: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza destinazione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altra genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”. In tutti i paesi del mondo, la storia dell’umanità è segnata da molteplici crimini dell’odio, tra i più atroci, e rappresentano il principale ostacolo al progresso di una civiltà basata sulla pace e sullo sviluppo. Con la Risoluzione dell’Assemblea Generale 72/157, compiuta nel 2017, tutti gli stati nel mondo son ostati nuovamente spronati a misure al fine di limitare ed eliminare sui loro territori episodi di  razzismo, discriminazioni razziali, xenofobia e intolleranza, con la promozione costante della tolleranza, dell’inclusione, dell’unità e del rispetto della diversità. Con queste parole concludo, un forte abraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: IL RUOLO DELLA DONNA NELLA STORIA, prima parte. (15 luglio 2020)

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Un saluto a tutti, cari Lettori! Oggi e domani condivido con voi uno speciale in due puntate dedicato alla figura femminile. In particolare in questo articolo parlerò della donna e del suo ruolo nella società, nel corso dei secoli. Domani invece l’articolo seguirà una sfumatura differente dello stesso argomento, ovvero come è cambiato il ruolo della donna dal punto di vista professionale. Due argomenti che da tempo mi appassionano: infatti più volte, anche nei miei blog precedenti, ho trattato l’argomento sotto molteplici aspetti. Voglio però precisare una cosa: amare i contenuti relativi all’evoluzione della donna, in società e professionalmente parlando, non fa di me una femminista. Anche perchè credo che spesso e volentieri essere femministe significa andare a discapito di altri ruoli sociali e naturali, che inevitabilmente perdono la loro importanza nel mondo. Non credo alla donna come un’essere migliore di altri e non credo che mettere l’accento su di essa serva per renderla pari alla figura maschile: il rispetto e un agire quotidiano paritario oggigiorno sono più che sufficienti. Probabilmente oggi non ha più senso seguire questa corrente di pensiero, almeno nella società occidentale. Nonostante ciò, credo nelle femministe di un tempo, a coloro che hanno saputo protestare per rendere la nostra vita, delle generazioni a loro future, migliore, per creare un mondo in cui la disparità uomo-donna si senta soltanto più nei dibattiti, nelle riflessioni e su banchi di scuola. Le loro ribellioni ad una mentalità maschilista hanno reso il mondo un posto migliore in cui vivere. Concludendo dunque il piccolo excursus appena compiuto, sempre lecito nel magico mondo di Storyteller’s Eye, mi accingo a scrivere dell’argomento di oggi.

Tanti furono i cambiamenti che la donna subì nel corso del tempo e ciò grazie all’evoluzione politica e giuridica dei popoli, alla diversità dei fattori geografici e storici e per la sua appartenenza ai vari gruppi sociali. Ad ogni modo, secoli addietro la donna, in vari paesi, costumi e circostanze, ha quasi sempre subito un trattamento di inferiorità rispetto alla figura maschile, che reggeva in sè pieni poteri giuridici, economici e civili. Era esclusa dalla maggior parte delle attività sociali e vantava ben pochi diritti. Anche se nell’età arcaica la donna aveva un ruolo importante (la società all’epoca era di tipo matriarcale), in quanto generatrice di vita e custode del focolare domestico, già a partire dall’Antica Grecia, le cose cambiano. Grandi filosofi del calibro di Platone, Pitagora o Euripide considerano la donna ignorante, inferiore, difettosa e incompleta. Era sempre sotto il controllo del padre finché si sposava, allora il controllo passava al marito.Come in Grecia, anche sul vasto territorio dei latini, la donna non viveva condizioni migliori, il suo scopo era il mantenimento della prole, quasi fosse una sorta di fattrice. Tutti i poteri erano nelle mani del paterfamilias, che aveva il diritto di decidere sulla vita di figli e moglie. Qualche libertà in più se la permettevano le mogli degli imperatori, donne libere e potenti, di cui la parola aveva grande influenza sulle scelte politiche del marito. La situazione si complicò ulteriormente in epoca medievale. La donna ricopriva due ruoli completamente opposti: da un lato era una figura angelica e spirituale, ma dall’altro diventava stregonesca e maligna. Nonostante fosse vista come l’incarnazione del bene e del male, era comunque succube del potere maschile e l’uomo sfruttava il suo potere perchè timoroso delle reazioni del suo lato oscuro. Nonostante ricevesse una dote dalla famiglia d’origine, al momento del matrimonio la dote diventava proprietà del marito, la donna perdeva ogni diritto di amministrarla e gestirla. In realtà essa stessa diventava in un certo senso proprietà del marito, in quanto avrebbe dovuto occuparsi per tutta la vita del suo benessere e non aveva diritto a fare testamento. La donna inoltre non aveva diritto di uscire di casa, se non sotto la vigilanza e il controllo del marito. Le sue relative libertà iniziavano quando lavorava. L’attività nei campi o presso la bottega del marito le consentiva di uscire senza essere accompagnata. La donna musulmana, come quella cristiana dell’epoca medievale, aveva pochi diritti: uomo e donna si vedevano di rado, vivevano vite distinte, frequentavano ambienti diversi. Alle donne non era consentito l’accesso alle moschee, andavano piuttosto ai bagni pubblici, dove compivano i riti di purificazione, curavano la propria igiene, si incontravano, si riposavano, combinavano matrimoni. Le donne musulmane però potevano possedere beni, seppur in quantità ridotta rispetto agli uomini, e potevano ereditarli. Potevano inoltre essere proprietarie di attività commerciali, ovviamente seguite da collaboratori maschili. Nel Seicento la società nutriva grande paura dell’universo femminile così iniziarono a ricorrere all’accusa di stregoneria. Venivano condannate tutte quelle donne i cui tratti o atteggiamenti erano, a loro dire, più affini al modello ideale di “strega”. Colore che venivano accusate di stregoneria furono presto condannate al rogo. Fu soltanto dopo la Rivoluzione Francese, grazie a Napoleone Bonaparte, che la donna acquisisce maggiori libertà. Ad esse fu concesso di mantenere il proprio cognome, anche in caso di matrimonio, e di esercitare autonomamente attività commerciali. Fu inoltre abolita la disparità di trattamento nella divisione dell’eredità del patrimonio familiare. I primi veri movimenti di ribellione delle donne in Occidente avvennero all’alba del Novecento. Iniziarono quindi a radunarsi in grandi comizi e manifestazioni pubbliche, allo scopo di far sentire la propria voce ad una realtà maschilista, chiedendo parità di diritti. Il fenomeno dell’industrializzazione aiutò il progresso verso la parità: si scoprì presto nella donna una valida lavoratrice, tanto quanto l’uomo, soprattutto a cavallo tra le due guerre mondiali, momento in cui le mogli portavano avanti l’economia del paese, mentre i mariti combattevano in guerra. In Italia, anno storico fu il 1946, quando le elezioni furono per la prima volta a suffragio universale: la donna aveva raggiunto il diritto al voto. Nel 1948 lo Stato Italiano stabilì la totale uguaglianza tra uomo e donna e nel 1975, si ottenne la parità di diritti tra marito e moglie. Anche se da noi in Occidente, nel corso del Novecento, la donna ottene politicamente e giuridicamente gli stessi diritti dell’uomo, la stessa cosa non si può dire nel mondo islamico, dove la situazione è ancora problematica. Padri, fratelli e mariti, rappresentano ancora delle autorità per la donna, sono viste come figure diaboliche e di vergogna, motivo per cui i loro volti sono costantemente coperti da veli. In alcuni paesi, ancora fortemente tradizionalisti, le donne non possono godere della libertà di spostamento, della libertà di espressione e di parola; non possono procedere negli studi né tanto meno fare carriera o ricoprire cariche e posizioni di responsabilità in campo civile e religioso. Non si può quindi affermare che i diritti sono cosa ormai acquisita per tutte le donne. Là è ancora necessario combattere e ribellarsi, ma non contro l’uomo, piuttosto contro i terribili dogma sociali che ancora vengono imposti alle donne. Non so quanto ciò sia possibile, ma spero che un giorno si possa affermare, in modo tangibile, reale e non utopico, che siamo tutti uguali. Con queste parole concludo, un forte abbraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA:OMAGGIO A ROBERTO GERVASO (13 LUGLIO 2020).

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Un saluto a tutti! Oggi voglio raccontarvi di una persona, una di quelle persone che forse in pochi conoscono, visto la sua natura e la sua professione, non propriamente seguita al contrario di quella di attori, cantanti e membri dello spettacolo in genere. Roberto Gervaso era un giornalista, un volto noto del Tg5, ma anche un grande scrittore, che lascia la sua scia di biografie ai posteri desiderosi di compierne la lettura. La figlia Veronica decide di dargli un ultimo saluto, in seguito alla sua perdita avvenuta il 2 giugno di quest’anno a Milano, con un breve pensiero sulla piattaforma Twitter. «Sei stato il più grande, colto e ironico scrittore che abbia mai conosciuto. E io ho avuto la fortuna di essere tua figlia. Sono sicura che racconterai i tuoi splendidi aforismi anche lassù. Io ti porterò sempre con me. Addio». Roberto era nato nel 1937 e prima di essere giornalista e scrittore, era un grande cultore del sapere ed intellettuale. Tra le sue idee più celebri, quella del racconto come strumento di divulgazione. Lui era un personaggio controcorrente e lo mostrava, nei suoi scritti, nei suoi ideali, ma pure materialmente, attraverso l’abbigliamento, sempre accompagnato da un accessorio tutt’altro che scontato: una serie di vezzosi e allegri papillon. Furono proprio queste sue qualità a dargli la nomina di “Grillo Parlante”.Gervaso completa i suoi studi tra gli Stati Uniti e l’Italia, laureandosi in Lettere Moderne, con una tesi sul filosofo Tommaso

Campanella. La sua carriera di giornalista inizia nel 1960, presso il Corriere della Sera. Tra il 1965 e il 1970 realizza una serie di 6 volumi, a quattro mani con la collaborazione di Montanelli, dal titolo “Storia dell’Italia”, edizione Rizzoli. Nel 1967, grazie a uno di quei volumi, “L’Italia dei Comuni. Il Medio Evo dal 1000 al 1250”, vince il “Premio Bancarella”. Nel 1973 vince nuovamente, con una biografia di Cagliostro, sempre edita da Rizzoli, dal titolo “Il grande mago. Vita, morte e miracoli del conte di Cagliostro”. Tra gli anni ’70 e ’80 pubblica altre sei biografie, su personaggi molto diversi tra loro, tra cui Nerone, Casanova, i Borgia e Claretta Petacci. Nel 1984 Bompiani lo chiama alla pubblicazione di “La monaca di Monza. Venere in convento”, a cui seguiranno “Con La bella Rosina. Amore e ragion di Stato in Casa Savoia” nel 1991, “Scandalo a corte”, “Appassionate e Amanti”, sei raccolte d’interviste, una raccolta d’interviste immaginarie, tre raccolte di aforismi, un volume di confessioni, uno di galateo erotico e uno sui sentimenti. Tra i suoi libri più recenti anche “Italiani pecore anarchiche” del 2003, “Qualcosa non va”  del 2004, “Ve li racconto io” del 2006 e “Io la penso così” del 2009. Celebri anche le sue numerose comparse sulle reti Mediaset, come commentatore di una rete televisiva nascente.

Roberto Gervaso ha dato una svolta alla concezione intellettuale italiana, ha creato l’immagine di colui diffonde cultura e sapere senza prendersi troppo sul serio, senza mostrarsi come punto di riferimento, bensì come divulgatore di qualcosa sotto gli occhi di tutti. Una persona che ha saputo essere un pensatore, un uomo di riflessione. Con queste parole concludo, un abbraccio forte.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: STORIA DI FERNANDO PESSOA (29 giugno 2020)

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Buon pomeriggio Lettori. Oggi tratterò nuovamente una biografia, la seconda del mese per esattezza, ma se la scorsa settimana ho toccato un argomento molto forte con la storia di Anna Frank, ovvero la Shoah e la deportazione e il massacro degli ebrei nei campi di concentramento e di sterminio, oggi ci immergiamo nel mondo “classico” della letteratura a cavallo tra gli ultimi decenni dell’800 e i primi del 900. In particolare approfondiremo la storia di un grande poeta portoghese, ovvero Fernando Pessoa. Direi di non indugiare oltre e di iniziare questo viaggio alla scoperta di una nuova biografia, segno indelebile della storia. Il suo nome completo di battesimo era Fernando António Nogueira Pessoa, e nacque come anch’io il 13 giugno, del lontano anni 1888 a Lisbona. I suoi genitori erano Madalena Pinheiro Nogueira e Joaquim de Seabra Pessoa, il padre era un noto critico musicale nel panorama cittadino. Quest’ultimo però morirà nel 1893 e appena due anni dopo, nel 1895, sua madre si unisce in seconde nozze con il comandante Joào Miguel Rosa. La nuova famiglia così formata, visto il consolato a Durban del marito della madre, si stabilisce in Sudafrica, luogo in cui Pessoa passa tutta la sua giovinezza. Tornerà a Lisbona nel 1905, dove seguirà il corso di Filosofia della facoltà di Lettere. Fu allora che inizia la sua seconda professione, che lo accompagnerà per tutta la vita, ovvero quella di corrispondente di lingua inglese e francese. Dal 1913 inizia a collaborare per una serie di riviste, tra cui la “A Aguia” e la “Portugal Futurista”, scrivendo letture dedicate ai romantici e in particolare a Baudelaire.

Nel 1914 Pessoa creare il suo primo personaggio di fantasia, ovvero il Chevalier de Pas, riecheggiante il periodo della sua infanzia. Siamo nel 1915. Insieme a Mário de Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Armando Córtes-Rodriguez, Luis de Montalvor, Alfredo Pedro Guisado e altri lo scrittore decide di dare vita ad una rivista d’avanguardia, nota come “Orpheu”, che mostrerà un ampio repertorio ricco del fascio futurista, paulista e cubista. L’Orpheu, nonostante un’impronta che riuscirà a segnare nell’immaginario letterario portoghese, avrà vita breve. Nel 1920 Pessoa si approccia per la prima ( e ultima) volta con il gentil sesso, precisamente con una tale Ophelia Queiroz, impiegata in una delle ditte di import-export per le quali Fernando Pessoa lavora. Il loro burrascoso rapporto terminerà definitivamente nel 1929. L’unica raccolta in versi che il Pessoa curò, interamente in lingua portoghese fu il “Mensagem” (Messaggio), che vide la sua pubblicazione nel 1934. Piccola curiosità e che il “Mensagem” gli fece vincere un premio governativo per un valore di 5mila escudos. I temi fanno dalla teologia all’occultismo, dalla filosofia alla politica all’economia nonchè altre discipline. Fernando Pessoa morì a causa di una crisi epatica, probabilmente per l’abuso di alcolici, il 30 novembre 1935 in un ospedale di Lisbona. Con queste parole concludo e vi mando un forte abbraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: L’ATTIMO FUGGENTE ( 27 giugno 2020)

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Buon pomeriggio cari Lettori! Oggi, visto l’ anniversario della sua uscita circa 31 anni fa (giugno 1989) e dato che si tratta di un film che mi sta particolarmente a cuore, ho deciso di dedicare a quest’ultimo un articolo in sua memoria. Il film in questione è ovviamente “L’Attimo Fuggente”, un’opera straordinaria che vede protagonista il grande Robin Williams, qui nel ruolo del professore di letteratura. Era doveroso a mio modesto parere parlarne visto il ruolo non marginale che ho dato ad esso all’interno dello stesso blog: infatti nella home page proprio in alto dove compare il blocco di copertina, troviamo subito dopo il titolo la frase che è portavoce di questa realtà, ovvero:

Noi non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.”
Professor John Keating (Robin Williams).

Voglio dunque riassumere la sua trama. Il setting è l’austero e conformista collegio maschile di Welton in Vermont, corre l’anno 1959. Ai ragazzi si accede subito l’animo quando il nuovo professore di letteratura, il signor Keating, inizia le sue lezioni parlando di Walt Whitman con una passione che nessun allievo aveva mai udito precedentemente. Peculiarità fondamentale delle sue ore di lezione è la didattica attiva, che inviata gli studenti ad

esprimere liberamente creatività e aspirazioni. Fu allora che quest’ultimi, ispirati dai suoi insegnamenti, fondano la ” setta dei poeti estinti” (Dead Poets Society). Il metodo di insegnamento di Keating andrà presto in contrasto con quello tradizionale dei colleghi, portando tra i ragazzi e lo stesso professore in stato confusionale. Ciò causerà presto il tragico suicidio di uno dei ragazzi e all’allontanamento di Keating dal collegio. La trama è relativamente breve, ma è portavoce di una realtà che tutt’ora minaccia ahimè molte scuole in tutto il mondo: la didattica passiva. La pedagogia insegna che se vuoi insegnare qualcosa di nuovo a qualcuno è necessario farglielo capire e il miglior modo per capire è avere la possibilità di ragionarci sopra. E’ difficile pensare che con le conoscenze di oggi non si creda ancora alla didattica attiva, preferendo uno studio mnemonico e aggiungerei “volatile”. Forse, ma voglio dubitare di ciò, il motivo è quello di semplice rapidità della conclusione dei programmi scolastici. Altro tema importante che Peter Weir (regista) porta con il suo film e il senso di ribellione e di libertà di pensiero, utilizzando la poesia, protagonista assoluta, come mezzo per raggiungere la “salvezza” dei nostri stessi pensieri. La pellicola conquista presto critica e pubblico: infatti nonostante i costi ingenti di oltre 16 milioni di dollari, riesce a guadagnarne 335. Con queste parole concludo, fatemi sapere con un commento se anche per voi è un film che rimarrà per sempre nel cuore e se avete apprezzato l’articolo.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA: STORIA DI ANNA FRANK (23 giugno 2020)

Buongiorno Lettori. E’ importante per me dedicare uno spazio ogni mese a quelli che definisco “i volti della storia”, a quelle persone che con il loro contributo hanno lasciato il segno nelle vite dei loro posteri e il loro nome è diventato una macchia indelebile nei sussidi di storia e nei musei. Ovviamente non sarebbe il magico mondo di Storyteller’s Eye Word se una biografia di questo calibro fosse affrontata come un mero travolgere i lettori di informazioni apatiche, motivo per cui il tema è parte della rubrica EMPATIA, perchè ciò mi dà la licenza di inserire qualche personale riflessione proveniente dal pathos, senza inficiare i contenuti che andrò a raccontare. Il volto di oggi più di altri è diventato il simbolo di un etnia torturata e devastata dall’odio e dal razzismo durante il periodo nazista. Parlo ovviamente di Anna Frank, ragazza ebrea che giovanissima, a soli 15 anni, perde la vita devastata dalla malattia e dalla debolezza che arrecava un’esistenza prolungata nei campi di concentramento. Oggi ne tratterò la sua storia, affinchè il suo nome sia sempre ricordato come vittima, insieme ad altre migliaia di persone, di un male crudele.

Anna Frank nacque il 12 giugno 1929 nella città tedesca di Francoforte sul Meno. Con lei vivono la sorella Margot, di tre anni più grande di lei e i loro genitori,  Otto ed Edith Frank. In quel periodo la Germania stava affrontando una grave crisi economica, che portò gran parte della popolazione ad un condizione di forte stato di povertà. In questo clima di sconforto e di caos Adolf Hitler riesce a prendere sempre più consensi e a trovare sostenitori. Fin da subito è chiara la sua posizione: è antisemita e induce la popolazione tedesca a credere che sono gli ebrei stessi ad essere responsabili della crisi che incombe. L’aria di odio e di sfiducia verso gli ebrei è ormai pesante da sopportare e la famiglia Frank decide di trasferirsi ad Amsterdam, desiderosi di una vita che non fosse segnata dal razzismo antisemita. Otto, il padre di Anna, decide di avviare un impresa produttrice di pectina, addensante tipico per la produzione di marmellata. Sia Anna sia la sorella in breve tempo si ambientano e apprezzano le mode dei Paesi Bassi, imparando anche la lingua locale. Anche se l’impegno di Otto nell’azienda di pectina è molto, non è sufficiente a vivere in maniera dignitosa. Cerca di aprire una nuova sede in Inghilterra, ma il progetto fallisce. Alla fine

decide di inserire nella produzione anche quella del commercio di erbe aromatiche e spezie. Nel settembre 1939 Anna Frank ha da poco compiuto 10 anni e la Germania invade la Polonia. Fu un fatto storico molto rilevante perchè segnò il principio della Seconda Guerra Mondiale. Poco dopo Hitler attacca con il suo esercito i Paesi Bassi che dopo pochi giorni, nel 1940 cede le armi. La Germania invade totalmente il territorio e vengono istituite le terribili leggi razziali ormai fortemente presenti nella vicina Germania. Agli ebrei da ora è vietano entrare nei musei, nei cinema e nei parchi pubblici, la libertà di Anna è fortemente limitata. Otto Frank perde la sua agognata azienda, gli ebrei non possono più essere proprietari di attività. Vengono istituite in tutto il territorio nazionale le scuole per soli ebrei. Fu allora, quando Anna ha ormai 13 anni che inizia le stesura di quel diario e di quelle parole che portano a noi la testimonianza diretta della condizione degli ebrei vittime della Germania Nazista e della sua terribile involuzione. Nei due anni successivi vivrà per lungo tempo in clandestinità, nascosta con la sua famiglia in una soffitta. Verrà ritrovato nel suo diario, anche la bozza di una raccolta di racconti, a cui avrebbe voluto dare il titolo di “Libro dei bei pensieri”. Dall’Inghilterra il ministro dell’istruzione del governo olandese lancia a Radio Oranje un appello, di conservare diari e racconti scritti durante questo periodo compresi i documenti di guerra. Fu così che Anna elabora i contenuti di tutti i suoi diari in un’unica storia, dal titolo “Het Achterhuis” (ovvero La casa sul retro). Arriva il 4 agosto del 1944. La polizia scopre il nascondiglio in cui da due anni vive in segreto la famiglia Frank. Verranno arrestati insieme ad altri due soccorritori clandestini. Per fortuna, altre due persone a conoscenza della loro storia entrano prima dei nazisti nella casa e conservano le carte del diario di Anna. Dopo un viaggio estenuante di tre giorni insieme ad altri deportati , su un treno merci con scarsità di cibo e acqua, Anna arriverà al campi di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau. Appena arrivati, iniziano le visite mediche che divideranno le persone adatte al lavoro forzato da quelle non adatte. Circa 350 persone vengono immediatamente e brutalmente uccise. Anna e la sorella verranno selezionate per essere inserite in un campa di lavoro femminile, il padre Otto in uno maschile. Nel novembre del 1944 Anna e sua sorella vengono trasferite nel campo di Bergen-Belsen, i genitori restano ad Auschwitz. Morirà di stenti, a causa del grande freddo a cavallo tra il 1944 e il 1945, nel mese di febbraio, dopo aver contratto il  tifo esantematico. Con queste parole concludo. Credo sia doveroso talvolta parlare di queste biografie per ricordare le grandi tragedie del passato, per non dimenticare mai e non permettere che queste barbarie si manifestino di nuovo.

Sempre Vostra, Storyteller.

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EMPATIA:L’ACCUSA DI OMOSESSUALITÀ ( Testo trasferito del 5 aprile 2019)

Buonasera Lettori! La tematica di oggi è quanto mai delicata, ma si tratta comunque di un tema da affrontare. L’omosessualità, nel corso dei secoli, è stata vista dalla società come qualcosa di negativo, forse addirittura nefasto, contro le leggi morali, religiose e politiche. Negli ultimi cinquant’anni si è potuto assistere ad un lento processo di accettazione di questo orientamento sessuale, ben diverso dall’essere una malattia, un deficit psichico o una mancanza di accettazione dell’identità. Nonostante questo progresso sociale, non si può affermare che tutti noi abbiamo compreso cosa significa davvero.
Ieri sera, prima di andare a riposare, mi sono imbattuta in alcuni filmati a proposito del Congresso di Verona sulla Famiglia Tradizionale ( cosa che i membri simpatizzanti del movimento hanno definito pro-family) . Il mio stupore rispetto alle opinioni che ne sono emerse, sia riguardo il tema dell’articolo, sia per i restanti trattati a questo evento, è stato molto forte. Non credo di essere nella condizione di accusare qualcuno, ma ciò è una testimonianza reale che un omosessuale è tutt’oggi minacciato per il suo essere, seppur solo più in situazioni specifiche, così come in passato l’ho è stato Oscar Wilde, alla fine dell’800. Per la sua stessa natura è stato accusato e carcerato il 5 aprile 1895.

Egli visse l’esperienza in modo atroce: dormiva senza materasso, lavorando per 6 ore al giorno, in condizioni di fame e di malattia (Il livello di igiene era scarso).  Venne infatti presto definita l’accusa come “La tragedia più orribile di tutta la storia letteraria”.
Wilde, anche prima del fatto,era spesso vittima di critica e giudizi malvagi da parte della società borghese e aristocratica irlandese, da modi bigotti e moralisti, come fu tipico di tutta l’epoca vittoriana, la stessa che amerò i suoi gusti e il suo stile, a causa delle mode spiccatamente anticonformiste dell’icona dandy e dell’estetismo.
Ma le voci che circolavano non fermarono lo scrittore, che continuò ad esaltare la sua immagine, finché non cedette alla passione per il proibito, ciò che lui definì “Il grande affetto di un uomo anziano nei confronti di un giovane”. Egli era Alfred Douglas, noto con lo pseudonimo di Bowie, un giovane della classe agiata irlandese. Dalla loro frequentazione, nel 1891 nacque un celebre romanzo, “Il Ritratto di Dorian Gray” Era una relazione tormentata, ma soprattutto non accettata dal Marchese Douglas, padre del giovane, che prese presto la decisione di porre fine alla relazione, accusando Wilde di sodomia. La condanna condusse il celebre scrittore a due anni di prigionia.
Con queste parole concludo. Fatemi sapere con un commento se eravate a conoscenza di quando ho scritto, se avete imparato qualcosa di nuovo o se avete delle informazioni o riflessioni in più da condividere, per me sempre preziose. Un grande abbraccio.

Sempre Vostra, Storyteller.