LIBERO PENSIERO: LA TESTIMONIANZA DI LILIANA SEGRE. (29 gennaio)

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Un Saluto a tutti, Cari Lettori! Oggi, in questo ultimo giorno dedicato all’iniziativa #ionondimentico voglio raccontare di un messaggio prezioso proveniente proprio da quel periodo, di una donna che ha vissuto sulla propria pelle gli orrori di Auschwitz. La sua testimonianza, una delle ultime se non l’ultima sopravvissuta al dramma della Shoah ancora in vita, é fondamentale affinché non si dimentichi quanto accaduto. Parlo di Liliana Segre. Egli all’epoca era una bambina ebrea di otto anni che abitava a Milano. Liliana frequentava regolarmente la scuola elementare finché un giorno i suoi genitori le dissero che non poteva piú. Le leggi razziali diventarono con il passare del tempo sempre piú rigide, ma in tutto ciò, vista l’età, faceva fatica a capire perché non poteva fare molte delle attività che molti suoi coetanei svolgevano. Intorno a casa sua c’erano sempre dei polizziotti, a controllareogni azione della famiglia, i suoi amici e quelli dei genitori in breve tempo gli tolsero il saluto. La gente la chiamava “ebrea” e la denigrava . Intanto scoppiò la guerra e lei e la sua famiglia decisero di fuggire in Brianza con l’intento di sfuggire dai bombardamenti. Fu allora che iniziarono a arrestare tutti i cittadini ebrei. Molti iniziarono a trasferirsi all’estero, ma ogni tentativo sembrava inutile, le frontiere erano tutte chiuse. Il padre fornì alla piccola Liliana un documento d’identità falso affinchè potesse trasferirsi in Valsassina e poi nel Varesotto, dove abitava una delle poche famiglie ancora amiche dei Segre. Poco tempo dopo il padre tornò a prenderla a Castellanza alla scopo di fuggire con lei in Svizzera. Ma arrivati al confine vennero rimandati indietro, firmando la loro condanna a morte. A quel punto furono portati al carcere di Varese, Como e infine San Vittore a Milano, dove Liliana visse l’ultimo periodo con suo padre. Un uomo fece i loro nomi, ciò significava che sarebbero saliti su un treno merci, in condizioni miserabili, con destinazione un campo di concentramento. Liliana ricorda che furono sei giorni atroci, in cui tutti erano ammassati senza dignità. Una volta giunti al campo, quello di Auschwitz, vennero divisi gli uomini dalle donne. Fu allora che vide per l’ultima volta suo padre. Infine, gli ufficiali tedeschi avviarono una selezione senza alcuna particolare logica, chi avrebbe dovuto rimanere vivo e chi no. Liliana, scelta per rimanere viva, venne spogliata e privata di tutti i propri vestiti insieme alle altre donne sopravvissute, vennero depilate e venne loro tatuato sul braccio un numero, il tristemente famoso numero di matricola identificativo dei detenuti di Auschwitz, un segno indelebile sulla pelle di quell’atrocità per tutta la vita. Da quel momento non erano più uomini o donne, erano semplici “stucke” i “pezzi” di un sistema complesso e malato. Venne mandata a lavorare in una fabbrica di proiettili e quella fu la sua salvezza. Resistette così al rigido inverno del nord Europa, senza morire di freddo. Con queste parole concludo, vi ricordo dunque l’iniziativa #ionondimentico. E’ rivolta a tutti, indistintamente. Riflettere, fare eco nella nostra mente del dolore e del sacrificio vissuto dalle vittime della Shoah durante la Seconda Guerra Mondiale é un aiuto concreto oggi a placare quanto piú possibile la piaga della discriminazione razziale. Se volete partecipare, qui o su Instagram commentate l’articolo con #ionondimentico accompagnato qualora vogliate da un vostro pensiero. Sarò felice di leggere e rispondere. Con queste parole concludo, se siete interessati alle attività di Storyteller’s Eye Word vi ricordo di iscrivervi sul blog (www.storytellereyewords.com) e su Instagram (storytellerseyeword). Se vi piace questa iniziativa e avete apprezzato l’articolo lasciate una stellina. Un abbraccio a tutti.

Greetings to all, Dear Readers! Today, on this last day dedicated to the #ionondimentico I want to tell of a precious message from that very period, of a woman who lived on her own skin the horrors of Auschwitz. His testimony, one of the last if not the last survivor of the Holocaust drama still alive, is crucial so that we do not forget what happened. I’m talking about Liliana Segre. He was an eight-year-old Jewish girl living in Milan at the time. Liliana regularly attended elementary school until one day her parents told her she could no longer. Racial laws became more and more rigid over time, but in all this, given their age, he struggled to understand why he could not do many of the activities that many of his peers carried out. Around his house there were always policemen, controlling every action of the family, his friends and those of his parents quickly took away his greeting. People called her “Jewish” and denigrated her. Meanwhile, war broke out and she and her family decided to flee to Brianza with the intention of escaping the bombing. It was then that they began to arrest all Jewish citizens. Many began to move abroad, but every attempt seemed futile, the borders were all closed. The father provided little Liliana with a false identity document so that she could move to Valsassina and then to Varesotto, where one of the few families still friends of the Segres lived. A short time later her father returned to take her to Castellanza in order to escape with her to Switzerland. But when they arrived at the border they were sent back, signing their death sentence. At that point they were taken to the prison of Varese, Como and finally San Vittore in Milan, where Liliana lived the last period with her father. A man made their names, which meant they would board a freight train, in miserable conditions, to a concentration camp. Liliana remembers that it was an atrocious six days, when everyone was piled up without dignity. Once they arrived at the camp, auschwitz camp, the men were divided from the women. That’s when he last saw his father. Finally, German officials started a selection without any particular logic, who should have stayed alive and who should not. Liliana, chosen to remain alive, was stripped and stripped of all her clothes along with the other surviving women, they were shaved and they were tattooed on the arm a number, the infamous serial number identifying the auschwitz detainees, an indelible mark on the skin of that atrocity for life. From that moment they were no longer men or women, they were simply “stuck” the “pieces” of a complex and sick system. She was sent to work in a bullet factory and that was her salvation. He resisted the harsh winter of northern Europe, without dying of cold. With these words, I would like to remind you of the initiative #ionondimentico. It is aimed at everyone, indiscriminately. Reflecting, echoing in our minds the pain and sacrifice experienced by the victims of the Holocaust during the Second World War is a concrete aid today to appease as much as possible the scourge of racial discrimination. If you want to participate, here or on Instagram comment on the article with #ionondimentico accompanied if you want by your own thought. I will be happy to read and respond. With these words I conclude, if you are interested in storyteller’s eye word activities I remind you to subscribe to the blog (www.storytellereyewords.com) and Instagram (storytellerseyeword). If you like this initiative and have appreciated the article leave a starlet. A hug to everyone.

Sempre vostra, Storyteller.

Always Yours, Storyteller.

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2 pensieri su “LIBERO PENSIERO: LA TESTIMONIANZA DI LILIANA SEGRE. (29 gennaio)”

  1. L’ha ripubblicato su Notese ha commentato:
    Let’s pray that such a tragedy (like Holocaust) does not happen anywhere on this planet Earth and for that to happen all of us will have to spread love in every nook and corner of this confused world.

    Piace a 1 persona

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