VIAGGI: QUANDO AUSCHWITZ VENNE LIBERATA. (28 gennaio)

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Un Saluto a tutti, Cari Lettori! Oggi con questo articolo ci addentriamo ancor di più nella riflessione sostenuta attraverso l’iniziativa di questa settimana, ovvero #ionondimentico, in particolare vorrei ripercorrere tutto ciò che storicamente accade prima e durante quel 27 gennaio del 1945. Gli scritti arrivati fino ad oggi parlano di veri e proprio orrori, un inferno in cui prigionieri venivano ridotti in condizioni scheletriche a causa della malnutrizione e dei lavori forzati. Al degrado totale dei corpi le vittime venivano uccise, nei piú macabri dei modi, nelle modalità che tutti conosciamo. Ma partiamo con ordine. La città di Oświęcim (in tedesco Auschwitz), sita a 75 km di distanza da Cracovia, rimase per secoli un luogo di pace e pacifica convivenza tra gli abitanti di origine polacca e quelli di origine tedesca. A partire dal 1400 la popolazione diventò principalmente di religione ebraica, ma agli occhi dell’Europa rimase sempre uno dei principali centri della cultura protestante in Polonia. Con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale la situazione della cittadina cambiò drasticamente. In seguito all’invasione dei Nazisti in Polonia venne aperto nella zona un nuovo campo di concentramento, allo scopo di radunare al suo interno dissidenti polacchi, comunisti, intellettuali, criminali tedeschi e zingari. Altri luoghi di concentramento furono creati utilizzando le vecchie caserme dell’esercito polacco, alla periferia della città. La zona adibita a campo di concentramento venne presto recintata e sopra a cancello d’ingresso venne collocata una scritta in ferro, oggi tristemente famosa, che riportava l’ingannevole frase  «Arbeit macht frei» (“il lavoro rende liberi”). Si narra che il fabbro creatore della scritta avesse appositamente saldato la “B” al contrario, in segno di protesta verso la reale funzione del luogo. In poco più di due anni il campo venne ampliato con il campa di Birkenau, inizialmente riservato ai prigionieri russi e successivamente con il campo di lavoro di Monowitz, destinato allo sfruttamento dei deportati per la costruzione di una fabbrica produttrice di gomma sintetica, che però non fu mai avviata. Con la conferenza di Wannsee del gennaio del 1942, si adottò la famigerata “soluzione finale”, per cui l’area venne adibita allo strumento del popolo ebraico. Fu allora che Birkenau divenne “la cittadella di morte” in quanto iniziò da quel momento la costruzione di camere a gas e forni crematori. La scelta ricadde su Birkenau proprio per la sua vicinanza alle linee ferroviarie adibite alle deportazioni. Le vittime venivano quindi spogliate di tutto ciò che avevano indosso e rivestiti con casacche uguali per tutti, ognuna delle quali riportava un contrassegno di colore differente in base alla categoria del detenuto, tranne agli ebrei che era associata la stella gialla a sei punte. Sul braccio sinistro veniva loro tatuato un numero di matricola. Nessuno conosceva le reali intenzioni della Germania Nazista, ne sapevano dove erano destinati. Le loro qualità di vita erano davvero insostenibili: erano stremati dalla fame e dalle indicibili torture patite. Tanti, incapaci di sopportare oltre preferivano il suicidio lanciandosi contro il filo spinato elettrificato. Ogni giorno morivano circa 12mila ebrei. Questo sterminio ingiustificato si placò solo con l’arrivo dell’Armata rossa. A quel punto il capo delle SS Himmler diede l’ordine di evacuare tutti i prigionieri rimasti vivi e di cancellare ogni traccia dei crimini compiuti ai danni della stessa umanità. Molte di quelle tracce, per loro fortuna e giustizia verso le vittime, rimasero intatte. Prima di concludere ricordo l’iniziativa #ionondimentico. E’ rivolta a tutti, indistintamente. Riflettere, fare eco nella nostra mente del dolore e del sacrificio vissuto dalle vittime della Shoah durante la Seconda Guerra Mondiale é un aiuto concreto oggi a placare quanto piú possibile la piaga della discriminazione razziale. Se volete partecipare, qui o su Instagram commentate l’articolo con #ionondimentico accompagnato qualora vogliate da un vostro pensiero. Sarò felice di leggere e rispondere. Con queste parole concludo, se siete interessati alle attività di Storyteller’s Eye Word vi ricordo di iscrivervi sul blog (www.storytellereyewords.com) e su Instagram (storytellerseyeword). Se vi piace questa iniziativa e avete apprezzato l’articolo lasciate una stellina. Un abbraccio a tutti.

Greetings to all, Dear Readers! Today, with this article, we are entering into even more detail in the reflection supported through this week’s initiative, namely #ionondimentico, in particular I would like to retrace everything that historically happened before and during that 27 January 1945. The writings that have arrived to date speak of real horrors, a hell in which prisoners were reduced to skeletal conditions due to malnutrition and forced labour. At the total degradation of the bodies the victims were killed, in the most macabre ways, in the ways we all know. But let’s start with order. The town of Oświęcim (German: Auschwitz), located 75 km away from Kraków, remained for centuries a place of peace and peaceful coexistence between the inhabitants of Polish origin and those of German origin. From the 1400s the population became mainly Jewish, but in the eyes of Europe it remained one of the main centers of Protestant culture in Poland. With the advent of World War II, the situation of the town changed drastically. Following the Nazi invasion of Poland, a new concentration camp was opened in the area in order to round up Polish dissidents, Communists, intellectuals, German criminals and Gypsies. Other concentration sites were created using the old barracks of the Polish army, on the outskirts of the city. The concentration camp area was soon fenced off and an iron lettering, now infamous, was placed above the entrance gate, which read the misleading phrase ‘Arbeit macht frei’ (“work makes you free”). It is said that the blacksmith who created the inscription had specially welded the “B” in reverse, in protest at the real function of the place. In just over two years the camp was expanded with the Campa of Birkenau, initially reserved for Russian prisoners and later with the Monowitz labor camp, intended for the exploitation of deportees for the construction of a factory producing synthetic rubber, which was never started. At the Wannsee Conference in January 1942, the infamous “final solution” was adopted, so the area was used as an instrument of the Jewish people. It was then that Birkenau became “the citadel of death” as it began the construction of gas chambers and crematoria. The choice fell on Birkenau precisely because of its proximity to the railway lines used for deportations. The victims were then stripped of everything they were wearing and covered with coats equal to all, each of which carried a different color mark according to the category of the prisoner, except for the Jews who were associated with the yellow six-pointed star. A serial number was tattooed on their left arm. No one knew the real intentions of Nazi Germany, they knew where they were meant. Their quality of life was truly unsustainable: they were exhausted by hunger and the unspeakable torture they suffered. Many, unable to bear beyond, preferred suicide by throwing themselves against electrified barbed wire. About 12,000 Jews died every day. This unjustified extermination only subsided with the arrival of the Red Army. At that point the head of the SS Himmler gave the order to evacuate all remaining prisoners alive and to erase all traces of the crimes committed against humanity itself. Many of those tracks, fortunately and justice to the victims, remained intact. Before I finish, I would like to remind you of #ionondimentico. It is aimed at everyone, indiscriminately. Reflecting, echoing in our minds the pain and sacrifice experienced by the victims of the Holocaust during the Second World War is a concrete aid today to appease as much as possible the scourge of racial discrimination. If you want to participate, here or on Instagram comment on the article with #ionondimentico accompanied if you want by your own thought. I will be happy to read and respond. With these words I conclude, if you are interested in storyteller’s eye word activities I remind you to subscribe to the blog (www.storytellereyewords.com) and Instagram (storytellerseyeword). If you like this initiative and have appreciated the article leave a starlet. A hug to everyone.

Sempre vostra, Storyteller.

Always Yours, Storyteller.

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2 pensieri riguardo “VIAGGI: QUANDO AUSCHWITZ VENNE LIBERATA. (28 gennaio)

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